“Dove le cose accadono”: il romanzo di Alessandra Sciurba che fa tappa a Caltanissetta

Se il bel romanzo di Alessandra Sciurba l’avesse scritto un nisseno (o una nissena), forse il titolo non sarebbe stato “Dove le cose accadono” ma “Quando tutto ebbe inizio”. Prima di spiegarne le ragioni è però necessario parlare del libro così com’è e delle vicende che racconta, sintetizzate brillantemente dal sottotitolo “Storie di razzismo istituzionale e lotte di comunità nella Sicilia di inizio millennio”.
Pubblicato nel 2024 da Navarra, il romanzo è formato essenzialmente da quattro capitoli che raccontano l’esperienza del Laboratorio Zeta di Palermo e della Rete antirazzista siciliana. L’attivista, scrittrice e docente universitaria nonché autrice di queste pagine, mette in risalto la volontà, da parte di un gruppo di persone che sentono sulla propria pelle le ingiustizie del mondo, di essere nei luoghi in cui esse accadono. Per denunciarle e per mettersi «in mezzo alla Storia che prende forma», la stessa che oggi sembra stritolare anche chi non è un o una migrante.
Così il libro è un giro per Palermo ma anche una tappa a Lampedusa, a Licata, a Ragusa e a Caltanissetta, insomma nella Sicilia abbracciata, all’inizio del nuovo millennio, dai fenomeni migratori.
Nel 2004, proprio a Caltanissetta si svolge la vicenda legata alle sorti dei trentasette profughi dell’imbarcazione tedesca Cap Anamur, la madre delle navi di salvataggio sequestrata per aver cercato di salvare la vita a persone provenienti in maggioranza dal Sudan, forzando l’entrata nelle acque territoriali italiane. Mentre il capitano e l’equipaggio furono arrestati dopo lo sbarco e scarcerati pochi giorni dopo (solo nel 2009 assolti con formula piena), i profughi vennero reclusi nel Centro di Permanenza Temporanea di Pian Del Lago, a Caltanissetta.
«Fu quello» – scrive la Sciurba – «il giorno in cui davanti al centro di Pian del Lago arrivarono dei ragazzi e delle ragazze che non avevamo mai visto. […] In quelle settimane, a dispetto di tutto, le relazioni nascevano a velocità differente dal solito. Forse succede quando le persone si incontrano sapendo già di avere qualcosa in comune. E non qualcosa da poco. Dei desideri, dei motivi di indignazione, un certo senso della giustizia e una visione precisa delle cose del mondo. E così, dopo mezz’ora, era come se tutti quanti non avessimo fatto altro nella vita che stare insieme davanti a quei cancelli. Loro erano nisseni, erano in qualche modo i padroni di casa» (5. La nostra comunità, pag.79).
In quell’occasione, a Caltanissetta convennero militanti, intellettuali, rappresentanti istituzionali e politici, nel nome dei diritti umani.
Non finì bene per i profughi: furono quasi tutti espulsi e rimpatriati forzatamente dall’Italia. Ma da quella vicenda, a Caltanissetta nacque una presa di coscienza sulle questioni del diritto d’asilo, dell’accoglienza e dei diritti in generale, che culminò nella formazione di associazioni, sportelli di assistenza legale, eventi formativi e serate per socializzare.
«La Sicilia ce l’ha insegnato che emigrare non è un reato»: era questo lo slogan di quei giorni. Chi non lo ha condiviso lo ha imparato in un altro modo, con l’esodo dei giovani nisseni senza lavoro. Ma questa è un’altra storia.