Una luce per l’Iran da piazza Mercato Grazia
Una discreta presenza rispetto ad altri appuntamenti, ma una fascia di età piuttosto alta: è questo il primo dato che balza agli occhi in piazza Mercato Grazia dove, nel tardo pomeriggio di ieri, si è svolta la protesta contro il regime iraniano di Ali Khamenei.
Certo, nei pressi della scalinata si nota qualche ragazzo che decide di denunziare, attraverso il microfono messo a disposizione dalle organizzatrici, i massacri e gli arresti compiuti dal regime dell’ayatollah. «Continuiamo a guardare» dice uno di loro con voce ferma, sottolineando come sia fondamentale informarsi sulle vicende attuali di quello che fu anticamente l’impero persiano.
E c’è anche chi, ragazzo nel 1979, ricorda l’errore di aver considerato la repubblica islamica di Khomeini un avamposto antimperialista, aggiungendo come non vi sia alcuna contraddizione a scendere oggi in piazza per la libertà degli iraniani; dei palestinesi e, perché no, degli americani che subiscono le azioni dell’ICE. E per la nostra libertà, minacciata da una crisi economica e sociale determinata anche dalle politiche di riarmo.
Non manca infine chi ha parenti in Iran e segue con apprensione e angoscia l’evolversi di una situazione che, secondo un rapporto del Sunday Times citato stamane da Adnkronos, registrerebbe almeno 16.500 persone uccise e 330mila ferite. Dal rapporto, basato su testimonianze e fonti mediche, si evince come la maggioranza delle vittime sia sotto i trent’anni. Anche per questo, il silenzio delle nuove generazioni sulla questione iraniana non passa inosservato, colmato ieri sera da qualche ragazzo e tra tutte, dalle voci delle donne del Presidio che, ormai da anni, cercano di opporsi alla vulgata delle armi come mezzo di risoluzione dei conflitti presenti in ogni parte del mondo. La si deve a loro e a pochi altri, una presenza materiale, metodica e costante della nostra città nella più ampia mobilitazione per la libertà e la pace. Ma occorre rinforzare questa luce e renderla diffusa anche in una periferia del mondo come Caltanissetta, sforzandosi di credere che la nostra presenza individuale conti qualcosa nel rischiarare uno scenario sempre più cupo.