Il coronavirus e la rivolta nelle carceri. Una riflessione di Giuseppe Nicosia

Foto tratta da Facebook

Un bilancio di 14 morti, quello registrato durante le rivolte scoppiate nelle carceri, nei giorni scorsi. Una situazione drammatica di cui si parla poco e che meriterebbe invece qualche attenzione in più. Abbiamo chiesto a Giuseppe Nicosia, laureato in Scienze naturali, antiproibizionista ed esperto di cannabis di intervenire in merito a questo argomento. Lo abbiamo chiesto a lui, anche perché è l’autore del libro Leone bianco, leone nero, La legge non è uguale per tutti, edito da LG nel 2010. Il libro è uno spaccato di vita carceraria e mostra tanti problemi che tutti conosciamo: dal sovraffollamento al bisogno di lavorare e impegnarsi in attività di recupero. Speriamo di ritornare a parlare ancora di carcere attraverso altri interventi, e ribadiamo l’assoluta necessità di rispettare le misure governative per fermare il contagio da Covid-19.

Scrive Giuseppe Nicosia:

«Che la “questione carceri” sia un problema in Italia, è risaputo da tempo: sovraffollamento e scarsissima valenza rieducativa sono stati, sino a ieri, le problematiche peggiori. La recidiva si riscontra in circa il 70% dei casi, e diverse volte siamo infatti stati multati dall’UE per non essere capaci di rispettare neppure gli spazi minimi che devono essere garantiti per evitare di scadere nella violazione delle norme previste dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Entrambi questi problemi derivano da un approccio punitivo e non effettivamente riabilitante. Il fenomeno “Covid-19”, che ha sconvolto la vita di tutti noi, non poteva non peggiorare la situazione all’interno degli istituti penitenziari italiani. All’interno delle celle si è saputo del coronavirus attraverso TV, giornali e radio; che negli ultimi giorni hanno dato l’allerta all’intera popolazione. Per motivi di sicurezza nazionale sono stati sospesi i colloqui con i familiari e sono state previste ulteriori restrizioni della già limitata libertà. Per un detenuto il colloquio è l’unico mezzo per avere un contatto affettivo proveniente dalla società libera. I compagni di cella diventano “amici”, ma nessuno di loro può sostituire i familiari, quindi è indispensabile far mantenere al carcerato un contatto con chi lo accoglierà, scontata la pena. I colloqui con i propri cari migliorano anche l’affettività, perennemente “a rischio” per chi vive in continuo stato di prigionia, a stretto contatto con individui che hanno anch’essi violato la legge, e con scarsa possibilità di svolgere attività didattiche e/o lavorative. Premesso ciò, e consapevoli del fatto che tra i principali motivi che portano a delinquere vi è l’ignoranza, erano assolutamente prevedibili le rivolte scoppiate in questi giorni, in diversi istituti di pena del Paese. La colpa, adesso, non possiamo darla a nessuno: il virus è stato così veloce da non permettere di preparare psicologicamente i detenuti, organizzando specifici corsi o seminari all’interno delle carceri. Le misure previste dal governo per fermare il contagio da covid-19 sono necessarie ma la privazione dell’unico contatto con i propri cari, associata alla paura che si è instaurata in chiunque, ha fatto accadere ciò che non si sarebbe mai dovuto verificare. Quanti cittadini liberi, per tornare a casa, hanno violato le norme che tutti siamo obbligati a rispettare in questi giorni. Purtroppo quello che è accaduto, e persino le morti, diventano “normali” all’interno di un sistema repressivo/punitivo in cui, chi viola la legge è sempre il cattivo e deve essere trattato da tale».

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