L’affermazione individuale non porti a snobbare la cultura di genere: intervista a Lidia Trobia.

Lidia Trobia

Reduce dall’incontro organizzato dal MOVI che si è tenuto martedì alla Casa delle Culture e del Volontariato, l’associazione Onde donneinmovimento torna sul linguaggio di genere rimosso dal Regolamento comunale per la Partecipazione civica. L’associazione Onde e la Consulta comunale femminile hanno sostenuto molte battaglie per promuovere le pari opportunità anche nel linguaggio istituzionale. Il linguaggio di genere è stato invece cassato da una maggioranza di donne che siedono in consiglio comunale, cosa che suscita perplessità e induce a riflettere. Abbiamo deciso di tornare sull’argomento rivolgendo qualche domanda a Lidia Trobia, portavoce di Onde donneinmovimento.

Vogliamo parlare del linguaggio di genere e della sua importanza nella comunicazione?

«Il linguaggio non è mai uno strumento neutro, ma è il mezzo attraverso il quale le persone pensano e interpretano la realtà. L’uso di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere può contribuire sia alla costruzione di concetti e visioni del mondo liberi da stereotipi e che possono ampliare le possibilità di espressione di ragazze e ragazzi, sia alla trasparenza della comunicazione istituzionale e burocratica- amministrativa. Alcune istituzioni internazionali hanno dato indicazioni, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, sul principio dell’uguaglianza di genere anche linguistica nella comunicazione scritta e nei media, anche se ancora la questione linguistica rimane poco attenta alle altre discriminazioni.

Le indicazioni per la parità di trattamento linguistico nel linguaggio amministrativo prodotte da enti locali e regioni, sono numerose, ma la loro applicazione dipende tuttavia ancora dalla sensibilità delle singole amministrazioni. Qualche esempio: Regione Umbria, Puglia, Piemonte, Calabria, Provincia di Milano e di Bolzano, Comune di Firenze, Comune di Torino (nel sito ufficiale Chiara Appendino è denominata la sindaca. http://www.comune.torino.it/giunta/composiz.shtml)».

Perché il Comune avrebbe cancellato con un colpo di spugna il linguaggio di genere dal Regolamento? Vi hanno fornito le motivazioni di questa scelta?

«Non ci hanno fornito motivazioni. Abbiamo chiesto in una lettera del 20 settembre scorso indirizzata al presidente del Consiglio comunale di poterci confrontare ma non ci hanno dato risposta. Sappiamo che oggi, purtroppo, non c’è riunione, seminario, formazione, dibattito, giornale, tv radio e social network, in cui non si constati che l’uso del linguaggio attento al genere è non solo praticato pochissimo, ma viene ritenuto un dettaglio, un vezzo snob di poche femministe puriste, un falso problema, una perdita di tempo, per di più irritante e fuorviante. Forse è stato questo il convincimento del Consiglio comunale, che ha approvato i 48 emendamenti che hanno cancellato la presenza dell’altra metà del cielo dalla partecipazione alla vita della città».

Come intendete procedere per ripristinare quello che avete ottenuto dopo anni di battaglie di Onde e della Consulta?

«Il lavoro che molte Consulte elette nella scorsa amministrazione fecero insieme, non solo ha il merito di avere prodotto un testo coerente e rispettoso del linguaggio di genere, ma soprattutto ha fornito l’esempio di un metodo basato sul rispetto delle reciproche posizioni in vista del raggiungimento dell’obbiettivo comune.

Come azione politica immediata abbiamo chiesto la revoca in autotutela del regolamento deliberato in data 08/07/2020 ma vorremmo avviare un confronto serio e scevro da pregiudizi reciproci. Possiamo suggerire nomi di insigni linguiste che potrebbero tenere corsi di formazione e sensibilizzazione rivolti a uffici e organi istituzionali per il corretto uso del linguaggio di genere».

Quali riflessioni suscita in voi il fatto che a voler cancellare il linguaggio di genere siano state in maggioranza donne del Consiglio comunale?

«Probabilmente le consigliere, giovani ed emancipate, consapevoli di aver individualmente ottenuto un’importante affermazione, ritengono che la cultura di genere sia retaggio di vetero femminismo e interpretano il concetto di “parità” tra uomo e donna come adeguamento al modello maschile. Ancora oggi, come sostiene Cecilia Robustelli, linguista e accademica della Crusca, essere definita con un titolo maschile significa il riconoscimento della parità con l’uomo, mentre quello femminile suona inferiore e perciò rifiutato».

 

 

 

 

 

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