Le epidemie e l’insegnamento della storia: considerazioni di Simona Modeo, presidente regionale di SiciliAntica

Simona Modeo (foto tratta da Facebook)

Pandemie d’altri tempi: questa volta ne parliamo con Simona Modeo, presidente regionale di SiciliAntica e autrice di numerose pubblicazioni sulla storia antica della Sicilia. Queste le sue considerazioni sul tema delle epidemie e l’insegnamento della storia:

«Epidemie, accompagnate da carestie, guerre, malnutrizione, cattive condizioni igieniche sono state oggi quasi tutte debellate grazie ai progressi della comunità scientifica che alla fine dell’‘800 ha scoperto gli agenti patogeni responsabili, predisponendo metodologie di prevenzione e cure adeguate.

Malattie più letali del Coronavirus, ma che suscitavano meno clamore perché non c’erano i media e il mondo non era interconnesso e perché esistevano in un tempo in cui non c’era una ricerca spasmodica di un’irraggiungibile eterna giovinezza né tanto meno il desiderio impossibile dell’immortalità del corpo. Il rapporto con la morte era diverso: il deperimento, la malattia, la vecchiaia erano la normalità.

Un mondo meno veloce ma paradossalmente più capace di fare i conti con l’incertezza, un mondo meno fragile. Oggi stiamo assistendo ad un imbarbarimento del vivere civile: quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile, lo si vede ovunque, ogni persona è un potenziale pericolo e basta uno starnuto a farci sobbalzare.

Ma conoscere l’esperienza del passato può aiutarci forse a placare la paura.

La Sicilia del XIX secolo, per esempio, due cose temeva più di tutto: la carestia e le pestilenze.

Devastanti epidemie accompagnarono la storia dell’isola durante l’intero secolo determinandone, in qualche misura, gli eventi politico-sociali: le vittime avutesi negli anni 1837, 1854-1855, 1865-1868, 1887-1887 e 1893 dovettero complessivamente contarsi in 180.000 circa. Sulle pestilenze, chiamate comunemente “mal contagioso”, si ricorreva alla prevenzione provvedendo alla pulizia delle strade e delle abitazioni, nonché alla salubrità dell’aria, cercando di allontanare ogni causa produttrice di aria malsana.

Le cure in periodo di contagio erano demandate alla quarantena e all’isolamento in lazzaretti stabili o provvisori che erano istituiti, i primi, presso le Deputazioni di Sanità e nei Comuni dove era in corso la malattia.

Cure mediche vere e proprie non ve ne erano. Palliativi molti, specie per quelle persone che erano a diretto contatto con i malati, come i medici.

Per i malati si tentava la cabala di curare con unguenti vari la malattia, con risultati scarsi o scarsissimi.

Nel luglio del 1837, durante l’infuriare del cholera morbus, scoppiava a Catania la rivolta indipendentista, fermata dalla controrivoluzione agli inizi di agosto. Contemporaneamente alla sua diffusione, minimizzata dalle autorità locali, correva la diceria che essa fosse da imputarsi ai venefici governativi. Grazie a tale stato d’animo, radicato in tutti le classi sociali, i rivoltosi fomentarono quei moti, poi, definitivamente repressi dalle truppe reali comandate dall’” Alter Ego” del Re, marchese Del Carretto, e dal generale Sonnenberg.

Terminata l’estate il colera smise di infierire sulla Sicilia. Le conseguenze di quell’estate tremenda si fecero sentire anche negli anni a venire. Se ne ricordò Ruggero Settimo nel 1848 nel suo violento j’accuse contro la dinastia borbonica nell’affermare che la violenza nel reprimere i tumulti di piazza fu scellerata, non tanto per i modi “polizieschi” nel reprimerla quanto nel togliere i cordoni sanitari e l’autonomia ai Magistrati di Sanità  e infine la suprema arroganza di Del Carretto di affermare: “Questa ordinanza contiene quanto all’umana prudenza è dato scorgere, per guardarsi dal morbo, e quanto si pratica da tutte le altre nazioni d’Europa; ridicola essendo la credenza, che pur da taluni si ha, che il male stesso possa nascondersi negli uomini per molti giorni”.

Ecco, appunto, la verità che “il male possa nascondersi negli uomini per molti giorni” cominciava a farsi strada. Nel 1849, Agostino Bassi scriveva che il cholera morbus era prodotto da un parassita, non ancora visibile con i microscopi a disposizione, il quale sicuramente trasmetteva il contagio, nascondendolo nell’uomo per molti giorni.

Ma intanto “l’alter ego” aveva sentenziato.

Quando il detto “alter ego” fu costretto a lasciare, in esilio, la Sicilia, la nave che lo portava non trovò nessun porto italiano che lo accogliesse, tanto la sua fama era tristemente nota. Morì dimenticato da tutti.

La storia dunque ci insegna che non potremo mai abbassare la guardia di fronte alla possibile emergenza di nuove malattie infettive e che la “guerra” contro virus e batteri continua e probabilmente continuerà per sempre. Basti pensare all’emergenza più o meno recente di nuove malattie, come l’AIDS negli anni Ottanta del secolo scorso e ora il Covid-19; alla ricomparsa di “vecchie” malattie ora divenute antibiotico-resistenti, come la tubercolosi; oppure, ancora più semplicemente, al virus dell’influenza, che ogni anno miete vittime a livello mondiale e con una certa ciclicità pluridecennale muta in modo significativo, diventando particolarmente virulento e mortale, come quello che causò la cosiddetta “Spagnola” nel 1918-1919, quello dell’“Asiatica” nel 1957, quello di “Hong Kong” nel 1968, e così via.

La storia umana, politica e sociale, invece, insegna che ci sono due strade da prendere, immediatamente e senza esitazioni, al principio di una nuova epidemia. Innanzitutto, l’isolamento degli ammalati e l’interruzione di qualsiasi tipo di rapporto sociale ed economico all’interno e all’esterno della popolazione. Certo, ciò può comportare un costo economico molto elevato, ma il caso dell’epidemia di peste a Venezia del 1576 dovrebbe costituire un esempio e un monito imprescindibile. Il senato veneziano, quando si osservarono i primi casi di peste, esitò a promulgare le leggi di quarantena già ben strutturate per questo tipo di epidemia, per timore di ripercussioni sull’economia della città. Ebbene, quest’esitazione portò alla più ampia diffusione del contagio che portò alla morte un terzo della popolazione e mise ancora più in ginocchio l’intera città. Quindi, non si devono temere danni economici che l’esitazione non può che aggravare, ma si devono introdurre, istantaneamente, forme di contenimento e, allo stesso tempo, robuste forme di sostegno “statale” all’economia.

In secondo luogo, l’apparire di una nuova malattia infettiva deve far attivare, prontamente e nel modo più intenso possibile, la ricerca scientifica per nuovi farmaci e l’introduzione di un possibile vaccino. Ricordiamo, se ce ne fosse ancora il bisogno, che l’unica malattia infettiva “eradicata” è il vaiolo, guarda caso la prima malattia nei confronti della quale, storicamente, fu introdotto un vaccino efficace.

Nel frattempo, però, chiudiamoci in casa, aspettando che passi la tempesta.

Ce l’abbiamo fatta allora, ce la faremo ancora».

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