Non solo Armine: il body shaming colpisce tutte le donne. Riflessioni di Claudia Cammarata

Ancora su Armine ma, più in generale, sul body shaming, riceviamo e pubblichiamo le riflessioni della presidente di Attivarcinsieme, Claudia Cammarata:

«Non è la prima volta che una donna viene attaccata perché non rispecchia un canone estetico imposto da un misuratore invisibile i cui parametri sono stabiliti da non si sa bene chi e non si sa bene come.

Se ci pensiamo accade a tutte di essere quantomeno criticate con battute “ironiche” e “spiritose” quando siamo semplicemente noi stesse, con orgoglio o, spesso, con sofferenza: sappiamo quanto i nostri “difetti” fisici siano amplificati nella nostra percezione intima e quanto questi influiscano sulla nostra autostima.

Quando tocca a un personaggio pubblico come sta avvenendo in questi ultimi giorni alla modella che lavora per Gucci, Armine Harutyunyan si finisce col diventare pesantemente meschini, odiosi e brutali: come se Armine e qualsiasi personaggio mediaticamente esposto debba sempre qualcosa al “suo” pubblico, come se non rispecchiando certi canoni stia venendo meno a un dovere nei confronti di una intera società.

Claudia Cammarata (foto tratta da Facebook)

Ecco che si crea un caso mediatico dove non dovrebbe nemmeno sussistere la pubblica discussione: l’aspetto fisico di una persona, i suoi tratti somatici, il colore della pelle, la magrezza o la rotondità delle sue forme, la pelle impura, la cellulite, le occhiaie, la bassezza, l’altezza e via dicendo.

Ecco piovere sulla donna-bersaglio del momento una valanga di commenti intrisi di odio, sessismo e razzismo: Armine non rispecchia i canoni “classici” della modella a cui il pubblico-giudice è abituato e allora giù con la demolizione. Del resto, si sa, sui social devi odiare per esistere.

Di cosa parliamo quando parliamo di body shaming?

Si tratta di una forma più o meno esplicita di bullismo che colpisce l’aspetto fisico delle persone, ne deride pubblicamente le caratteristiche non corrispondenti ai canoni estetici dominanti nella cultura in cui la vittima vive. I social media rappresentano il canale preferenziale attraverso il quale diffondere questi canoni e, allo stesso tempo, il mezzo di diffusione di pregiudizi, stereotipi e parole volte a deridere ed insultare.

Per difendere la vittima di body shaming è d’uso utilizzare l’espressione: diverso è bello.

Ottime le intenzioni ma il messaggio che passa è sempre lo stesso e sempre pericoloso: ciò che non rispecchia un canone è da accogliere come bello, COMUNQUE. Il problema sta nell’esistenza stessa di metri e canoni, gabbie mentali e limiti dell’intelletto che cercano di confinare l’essenza della bellezza di per sé sconfinata entro un recinto che non fa altro che reprimere l’originalità tipica di ogni singola persona.

Diverso da chi? Da cosa?

Quello che sta toccando Armine Harutyunyan e tantissime altre donne mediaticamente esposte (ricordo Aurora Ramazzotti per l’acne, Vanessa Incontrada per le sue forme, Giovanna Botteri per i suoi capelli e il look e con loro tante, tante altre) riguarda in realtà tutte le donne, tutte noi e sarebbe l’ora e sarebbe bello e giusto che imparassimo una volta per tutte ad essere solidali e rispettose/i dei corpi e delle scelte che possono riguardarli.

Rompendo schemi imposti, spezzando le catene e aprendo gabbie invisibili ma opprimenti: solo così potremo essere veramente libere e solo così sapremo rispettare e amare la libertà, l’essere e anche le fragilità di tutte.

Il caso di Armine rappresenta la condizione di tutte noi donne comuni che siamo continuamente schiacciate da pesanti stereotipi, dalle aspettative e dal giudizio di un tribunale in cui noi siamo giudici e allo stesso imputate, carnefici e vittime.

La bellezza è il coraggio di essere sé stesse, un diritto inviolabile di ogni donna ed ogni uomo di mostrarsi al mondo come si preferisce, come ci si sente più a proprio agio. Come si è.

E anziché pensare di uscire fuori dai canoni bisogna lavorare per abbatterli definitivamente».

 

 

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