Riflessioni sulla morte di Adnan Siddique

Un momento della manifestazione per Adnan Siddique

«Ancilu era e nun avia ali, nun era santu e miraculi facìa»: inizia così il celebre Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali, che il poeta Ignazio Buttitta scrisse in memoria del sindacalista dei braccianti ucciso nel 1955 dalla mafia a Sciara, piccolo paese in provincia di Palermo. Salvatore Carnevale aveva 31 anni quando fu ucciso, uno in meno di Adnan Siddique, e la Sicilia, nei primi anni cinquanta, faceva parte di quel Sud dove per secoli il latifondo è stato la forma agricola dominante e il tratto caratterizzante dell’economia. Di questo Sud e di questa Sicilia, Caltanissetta fu un esempio illuminante e la questione agraria talmente centrale nel Dopoguerra che, parecchi anni dopo, Emanuele Macaluso poteva scrivere che «fare politica senza conoscere quella “questione” era come fare l’astronomo senza conoscere l’uso del cannocchiale e della matematica». Il latifondo implicava un sistema particolare di rapporti agrari e i contadini vivevano sotto l’assillo continuo della ricerca di terra e lavoro. Le forme illegali di reclutamento della manodopera come il caporalato, in Sicilia hanno radici antiche e il brutale accoltellamento di Adnan ci riporta alla mente i volti spaccati dal sole dei nostri nonni e le loro mani, con la pelle dura e screpolata per il troppo lavoro nei campi. No, Adnan Siddique non era un sindacalista ma un uomo generoso e voluto bene da molti, in città, e chissà forse lo sarebbe diventato, non possiamo saperlo. Era originario di Lahore, capoluogo del Punjab che si affaccia sul fiume Ravi, grande mercato di grano e cotone e centro industriale dove predomina il tessile ma dall’enorme divario tra ricchi e poveri. Adnan aveva otto tra fratelli e sorelle e proveniva da una famiglia povera, per questo aveva deciso di emigrare, come le altre persone pakistane che formano il 20% dei lavoratori agricoli di Caltanissetta (FONTE: FLAI CGIL Sicilia) e come tutte le persone in cerca di una vita migliore e di occasioni che il proprio Paese d’origine non offre. A Caltanissetta Adnan aveva amici, come quella famiglia Di Giugno che gli voleva bene come a un figlio e come quei connazionali che aveva aiutato, convincendoli a denunziare i propri sfruttatori, connazionali anch’essi (l’ipotesi maggiormente battuta dagli inquirenti è che dietro l’omicidio vi siano le ombre del caporalato e dello sfruttamento dei braccianti stranieri). A Caltanissetta Adnan è stato ucciso ma l’intera vicenda di questa morte ci racconta di una provincia ancora arretrata dove predominano la disoccupazione, la dispersione scolastica, l’esodo in massa dei giovani e l’assenza di ogni elementare diritto del lavoro.

«Credo che il riscatto di un Paese non venga mai dai grandi centri. Solo quando le periferie cominciano ad attivarsi per una prospettiva di trasformazione vuol dire che il Paese si mette in moto tutto quanto» diceva qualche anno fa l’attore di cultura ebraico-sefardita Moni Ovadia, al quale il Comune di Caltanissetta aveva affidato il cartellone principale del Teatro Margherita. Ecco, forse solo prendendo coscienza di essere una delle tante periferie della globalizzazione, Caltanissetta potrà riacquistare una centralità. Come quando a lottare erano le nostre nonne e i nostri nonni.

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