Un salto in Europa con Sonia Zaccaria

Sonia Zaccaria

In queste ore ci si continua ad interrogare sugli aiuti europei all’Italia e ai Paesi colpiti più duramente dalla pandemia. Mai come oggi il futuro delle istituzioni europee risulta un tema tanto urgente quanto importante da affrontare. In proposito riceviamo e pubblichiamo un articolo di Sonia Zaccaria, docente di Filosofia e Storia  e presidente del Comitato scientifico della rivista  “Studi storici siciliani”, sulle origini e il futuro dell’Europa.

«Mai come in questi giorni, in cui l’esistenza dell’Unione Europea appare fortemente in discussione, risulta necessaria un’analisi sulle radici della stessa, anche travalicando le date ufficiali e le convenzioni man mano stipulate. Forse l’idea d’Europa, non come definizione geografica, ma come entità politica, nasce nel Natale del 1914, incidentalmente, proprio durante la prima guerra mondiale quando   paesi avversari misero da parte l’odio e la contrapposizione bellica, per unirsi in un abbraccio fraterno.  La tregua di Natale, così fu definito quel momento, venne   vista come la dimostrazione, che gli uomini, specialmente quelli che vivono condizioni di afflizione, sono fondamentalmente solidali tra di loro. In quella circostanza erano già stanchi di una guerra, di cui stavano pagando le conseguenze.

A volerla erano stati   governi irresponsabili, o meglio interessati a rideterminare le aree di influenza delle loro economie e dei loro interessi territoriali. I soldati al fronte, interventisti o meno, nazionalisti o socialisti, avevano scelto la pace e la fratellanza: la tregua.

Un testimone diretto, il caporale Leon Harris del 13esimo battaglione del London Regiment in una lettera ai genitori scrisse:

«È stato il Natale più bello che io abbia mai passato. Eravamo in trincea la vigilia di Natale e verso le otto e mezzo di sera il fuoco era quasi cessato. Poi i tedeschi hanno cominciato a urlarci gli auguri di Buon Natale e a mettere sui parapetti delle trincee un sacco di alberi di Natale con centinaia di candele. Alcuni dei nostri si sono incontrati con loro a metà strada e gli ufficiali hanno concordato una tregua fino alla mezzanotte di Natale. Invece poi la tregua è andata avanti fino alla mezzanotte del 26, siamo tutti usciti dai ricoveri, ci siamo incontrati con i tedeschi nella terra di nessuno e ci siamo scambiati souvenir, bottoni, tabacco e sigarette. Parecchi di loro parlavano inglese. Grandi falò sono rimasti accesi tutta la notte e abbiamo cantato insieme […] Era commovente, […] tra le trincee uomini che fino a quel momento erano stati nemici feroci stavano insieme intorno a un albero in fiamme a cantare le canzoni di Natale. Non dimenticherò mai questa scena. Si vede che i sentimenti umani sopravvivono persino in questi tempi di uccisioni e morte».

La stessa cosa avvenne anche tra tedeschi e francesi e tra tedeschi e belgi, pur se in misura molto minore. In una guerra tanto feroce soldati europei si sentirono parte della stessa terra: la loro.

Era in quella tregua che bisognava ricercare le ragioni e le radici di un nuovo continente, ma non fu così, e malgrado i buoni principi dichiarati nel trattato di Versailles, i nazionalismi e gli stati totalitari la fecero da padroni più del revanchismo e più di ogni altra valutazione di ordine umanitario.

Oggi per salvare il salvabile e ridare speranza ad una Europa dei popoli dai valori condivisi, non basta più ricercare le radici comuni della storia, ma attuare la solidarietà e la perequazione delle disuguaglianze. La guerra dichiarata da parte del coronavirus e dalla pandemia strattona i rappresentanti delle istituzioni europee. I confini non servono più così come non sono serviti alla pandemia, ma non solo i confini territoriali superati dalla libera circolazione delle merci e degli uomini, ma quelli umanitari associati ad una nuova cultura: estensione dei diritti, governo democratico, soccorso reciproco. Per questo motivo oggi più che mai è necessario affondare le mani nella ricchezza del pensiero originario di una Europa unita.

Significa incontrare con la mente e col cuore la filosofia di chi ha tanto desiderato un mondo diverso dopo le tragedie della Shoah e della guerra nucleare.

Il pensiero va al conte Kalergi teorico dell’Europa fraterna e forte nel mondo, e a Simone Weil esule a Marsiglia per sfuggire alla persecuzione nazista in quanto ebrea.   A quest’ultima principalmente, che, dopo una breve permanenza a New York, implora i capi della Resistenza francese di accoglierla in Inghilterra, con parole che sembrano provenire da un altro mondo:

«La supplico” scrive a Maurice Schumann, portavoce di De Gaulle “di procurarmi la quantità di sofferenze e di pericolo necessari a impedirmi di consumarmi sterilmente nella tristezza».

Ciò che animava la sua filosofa era il desiderio di progettare un futuro per l’Europa. Ecco perché scelse di partecipare in prima persona alla battaglia, anche al prezzo della vita. Già stremata nel corpo e nell’anima, il 26 novembre del 1942 sbarca a Liverpool, ma le bastarono pochi mesi per produrre una serie impressionante di proposte, di scritti (di straordinaria energia intellettuale), orientati a pensare il futuro dell’Europa, una volta liberata dal giogo nazista.
Queste riflessioni e queste idee, adesso raccolte nell’importante volume di Castelvecchi intitolato Una costituzione per l’Europa forniscono la testimonianza della sua speranza. In esse emerge la necessità di dar vita a nuove istituzioni capaci di fronteggiare quella crisi di civiltà che aveva portato l’Europa sull’orlo dell’autodistruzione.
Allora soltanto, secondo Simone Weil, sarebbe potuta nascere una nuova morale con al primo posto i bisogni dell’essere umano, i bisogni dell’anima: verità, libertà, intimità; ma anche radicamento in un ambiente necessario alla vita.

Un’altra grande donna del secolo scorso, quasi omonima della precedente, Simone Veil, se ne fece interprete tracciando i solchi della nuova Europa. Un’altra donna che, da politica e presidente del Parlamento Europeo, fece un discorso volto ad individuare nell’integrazione il motore delle istituzioni. Nel farlo, possiamo affermare che abbia declinato il suo obiettivo anche alla luce di una nuova consapevolezza: la necessità di avvicinare i cittadini alle istituzioni   e di lavorare alla costruzione di un’Europa compiutamente democratica. Nel suo primo intervento Veil sottolineò come il nuovo incarico conferito dal voto avrebbe fatto del Parlamento europeo un punto di riferimento per la promozione soprattutto dei diritti umani. Era un forte auspicio realizzatosi in parte.

Ma è questa Europa che noi vogliamo… che desideriamo…è l’Europa che deve essere aiutata, che lavora, che cresce in nome della democrazia e del rispetto dei popoli, delle loro culture, capace di sostenere i paesi membri e di non voltare le spalle a chi ha più bisogno.

Ma quanto tempo dovrà trascorrere? È l’Europa che abbiamo oggi? A che cosa ci ha portato il Covid 19? È questa l’Europa in cui siamo incappati?

In un’intervista al Financial Times il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso timori su un possibile crollo dell’Unione europea come “progetto politico” se non ci sarà un appoggio e un sostegno concreto nei confronti delle economie più colpite, come quella italiana per un recupero dopo l’epidemia. Ed avrebbe anche ragione. Se ciò non dovesse avvenire c’è il serio pericolo che vincano sovranisti in Italia, in Spagna e in Francia, il nuovo nazionalismo populista.

Ecco perché ancora una volta si dovrebbe apprendere dalla storia e dalla memoria di lunga durata quello che è accaduto.

Dopo la fine della Prima guerra mondiale la Germania fu costretta a pagare una ingente indennità di guerra, che alimentò la reazione populista tedesca, il nazismo e il disastro seguente.

Fu un gravissimo errore che non si ripeté dopo la seconda guerra mondiale con l’utilizzo del Piano Marshall e con la cancellazione di ingenti debiti tedeschi. Oggi con la terza guerra mondiale batteriologica non dichiarata ma micidiale, si dovrebbe riflettere di più. Bisognerebbe avere la capacità di spaziare col pensiero e di capire che l’umanità non ha confini virologici e chimici, ed è vulnerabile a prescindere dalle economie delle singole aree geografiche. L’aiuto è un imperativo categorico. Non si cada nel conflitto né tanto meno nello sconforto, ma ci si ricordi sempre di quello che diceva il grande scienziato Einstein: “L’umanità avrà la sorte che saprà meritarsi”».

 

 

 

 

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2 pensieri riguardo “Un salto in Europa con Sonia Zaccaria

  • 17 Aprile 2020 in 19:50
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    Ottima e puntuale sintesi della realtà che stiamo vivendo quotidianamente.

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  • 17 Aprile 2020 in 19:52
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    Ottima e puntuale sintesi sulla realtà che ci circonda

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