Ancora una voce contro la violenza di genere: la presidente di Attivarcinsieme, Claudia Cammarata

Claudia Cammarata

In tempi di emergenza sanitaria da coronavirus, restare a casa il più possibile è necessario per tentare di fermare il contagio. Tutti siamo tenuti a seguire le indicazioni governative fino a quando l’emergenza lo richiederà. Questo fermo tra le mura domestiche, però, non è semplice né uguale per tutti ed esistono una serie di problemi legati allo stare in casa a tempo pieno. Si fanno sentire, ad esempio, le conseguenze economiche derivanti da questo scenario: come vive chi non ha risorse su cui contare? Ma l’aspetto più drammatico rimane la violenza di genere consumata all’interno delle mura di casa. Questa volta ne parliamo con Claudia Cammarata, presidente di Attivarcinsieme, una realtà che si muove anche nel contrasto e nella prevenzione della violenza sulle donne.

Posso chiederti se, come Arci e Attivarcinsieme svolgete anche attività di contrasto alla violenza di genere, e quali…

«Attivarcinsieme, coerentemente con lo Statuto nazionale dell’ARCI, svolge diverse attività culturali e sociali sul territorio per prevenire e contrastare la violenza di genere. In particolare, da diversi anni, siamo presenti nelle scuole primarie e secondarie di Caltanissetta e San Cataldo con la nostra associata, la psicologa Stefania Sorrentino che si occupa dei laboratori di prevenzione e di contrasto alla violenza sulle donne insieme ad altre associazioni del territorio in collaborazione con il Centro antiviolenza “Galatea e Il Tulipano” di Caltanissetta. L’obiettivo è educare le nuove generazioni a una cultura basata sul rispetto tra i generi, abbattendo gli stereotipi di genere che alimentano i fenomeni (individuali e collettivi) di violenza e discriminazione».

In questo periodo, la violenza di genere è un fenomeno ancora più sommerso. Abbiamo visto che a livello nazionale le denunce sono diminuite, molto probabilmente perché le donne hanno paura di prendere il telefono e denunciare i loro aguzzini. A voi chiedo di fare il punto della situazione su che tipo di fenomeno sia e su quale aiuto istituzionale può contare chi la combatte…

«Non è facile fare una stima precisa dei casi di violenza: come è noto le violenze avvengono soprattutto all’interno delle mura domestiche. Violenze fisiche e/o psicologiche ma anche economiche che tengono sotto scacco le donne magari per tutta la loro vita. La violenza contro le donne ha un’origine prettamente culturale: la nostra società è pervasa dalla violenza. Essa si manifesta nelle forme più disparate: fisica, psicologica, economica o nella subdola forma della discriminazione sul lavoro, all’interno del nucleo familiare. Tengo a precisare che la violenza contro le donne è un fenomeno trasversale, non dobbiamo pensare che riguardi determinati ambienti, determinate fasce di popolazione. Per quanto riguarda il rapporto con le amministrazioni che negli anni si sono succedute a San Cataldo abbiamo sempre cercato – e spesso lo abbiamo trovato – un dialogo costruttivo per perseguire fini comuni. Il nostro tipo di lavoro non richiede l’utilizzo di fondi, non essendo noi un centro antiviolenza: il nostro obiettivo è la diffusione della cultura del rispetto attraverso attività sociali e culturali anche con l’ausilio dei mezzi tecnologici che ci permettono di arrivare nelle case e negli smartphone di un numero sempre maggiore di persone.  A questo proposito, all’interno di Attivarcinsieme è nato nel 2014 il Centro Culturale delle Donne “Felicia Bartolotta Impastato” che svolge la sua attività di promozione culturale anche attraverso i social network (Facebook e Instagram)».

In questo momento, la casa può essere considerata per tutte il luogo più sicuro? 

«Assolutamente no, per le donne (e minori!) che subiscono violenza domestica la casa è in assoluto il luogo meno sicuro e l’isolamento la condizione peggiore. Il mondo si è fermato, la violenza al contrario non si ferma davanti a nulla, anzi, riteniamo che i casi di maltrattamenti siano in aumento essendo le donne costrette a vivere a stretto contatto, h24, con l’uomo violento dal quale vorrebbero fuggire. Di conseguenza le donne vittime di violenza avranno maggiori difficoltà a chiedere aiuto o a recarsi personalmente presso le autorità. È di oggi la notizia della donna che a Padova è stata massacrata dal marito a colpi di martello e adesso si trova in bilico tra la vita e la morte. Chissà di quanti altri episodi non veniamo a conoscenza!
Le richieste di aiuto ai centri antiviolenza sono calate drasticamente e, non essendoci la possibilità di poter effettuare tamponi, le operatrici (che non dispongono neanche degli strumenti sanitari di prevenzione, quali guanti e mascherine) si trovano in una situazione di difficoltà non indifferente».

Qual è l’aiuto che può essere fornito alle donne vittime di violenza, in questi giorni di pandemia? E quali sono le raccomandazioni che rivolgete loro, voi che da anni combattete questo drammatico fenomeno?

«Ovviamente quello che diciamo – gridiamo – alle donne attraverso i canali di informazione e i social è di chiedere aiuto, sempre e comunque. Nessuna donna, a maggior ragione in questo stato di emergenza, sarà lasciata indietro, nessuna sarà lasciata sola. Esortiamo le donne che vivono in contesti familiari violenti a chiedere aiuto alle autorità e/o al centro antiviolenza più vicino: il numero 1522 è sempre attivo. Chiediamo inoltre che ognuno e ognuna di noi faccia la propria parte nella lotta alla violenza contro le donne: abbiamo una responsabilità enorme soprattutto in una circostanza come quella che stiamo vivendo. Siamo tutte e tutti a casa e se abbiamo il sentore o la certezza che una donna è in una situazione di pericolo avvisiamo immediatamente le autorità competenti. Confidiamo altresì che il Governo prenda le necessarie misure a sostegno delle donne che, in questa battaglia contro il coronavirus, si sono ritrovate doppiamente in pericolo: servono misure economiche aggiuntive, presidi sanitari e personale specializzato anche all’interno delle case rifugio e dei centri antiviolenza, in modo che le operatrici possano accogliere e seguire le donne in condizioni di sicurezza anche in vista di possibili e necessari isolamenti».

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