Dalle sarte del Novecento alla scommessa di Equo Dress: Caltanissetta imbastisce un pezzo di futuro

La locandina che pubblicizza il progetto
Marcellina Breda Falci, una delle sarte della Caltanissetta novecentesca.

Provate a prendere in mano ago e filo e a guardare con occhi nuovi un pezzo di stoffa, in casa vostra da tanto tempo e per i più disparati motivi, immaginando quel che potrebbe diventare. A Caltanissetta, tra gli anni Trenta e Settanta, alcune donne hanno iniziato così a fare le sarte, lavorando duro fino a creare vestiti da sera, abiti per tutti i giorni, giacche e cappotti, in atelier diventati poi aziende vere e proprie. Alcune hanno invece imparato dalla mamma o dalla nonna un mestiere per il quale occorrono fantasia e precisione, estro e pazienza. Oppure, per imparare, molte ragazze andavano a lavorare nei laboratori di sartoria e le più fortunate e intraprendenti si mettevano in proprio. Nel realizzare i propri capi, queste donne hanno contemporaneamente immaginato e realizzato la loro vita di professioniste, ritagliandosi anche il tempo da dedicare alla famiglia che, nell’universo patriarcale siciliano (e nisseno) dell’epoca, soprattutto dai Trenta al primo decennio del secondo dopoguerra, era considerato il requisito attraverso il quale giudicare una donna. Eppure Isabella Campisi, Marcella Ginevra, Marcellina Breda Falci, Maria Catena Piemonte, Pina Capizzi e Clementina Ferrara hanno lavorato con costanza e hanno reso onore al made in Italy, nonostante non fossero annoverate tra gli stilisti famosi.

La storia delle sarte nissene la sappiamo grazie ad uno studioso di comunicazione di moda purtroppo scomparso prematuramente nel 2010, Roberto Bognanno. Chi volesse  approfondire ulteriormente l’argomento può ricercare su internet il bell’articolo di Marcella Sardo apparso sul “Fatto Nisseno” del 4 gennaio del 2018, Sei donne da recuperare dal baule dei ricordi. Le storiche sartorie nissene: una trama di creatività e di identità locale.

Con l’avvento dell’industria di massa, le aziende in grado di produrre capi in serie a basso costo hanno ridimensionato molto il ruolo della sarta. Oggi a Caltanissetta esistono piccole botteghe per attaccare un bottone, cucire un orlo e fare riparazioni di sartoria in uno scenario in cui questi saperi non sono più tanto diffusi. Tuttavia, anche nel nostro territorio esistono ancora stilisti e stiliste, sarti e sarte in grado di portare avanti progetti innovativi e basati sulla riscoperta del piacere e dell’arte di cucire. Uno di questi progetti, “Ri-cucire per creare”, è stato organizzato nel 2019 dall’associazione Sant’Agata di Caltanissetta e ha visto la partecipazione di donne nissene autoctone e donne nissene di nazionalità marocchina.

Tra i progetti che muovono quest’anno i primi passi c’è invece Equo Dress, la sartoria sociale della Cooperativa Etnos nata per coinvolgere le ospiti delle case rifugio per donne vittime di violenza. Anche la piattaforma sociale regionale “L’isola che c’è” supporta, tra l’altro, la scelta della cooperativa nissena di introdurre in modo sistematico e continuo il lavoro come cura, riabilitazione e accompagnamento a una vita indipendente delle donne che hanno subito violenza.

Secondo quanto si legge nella pagina Facebook del progetto, Equo Dress è nato in collaborazione con l’Atelier Riforma di Torino, startup innovativa a vocazione sociale che utilizza l’upcycling (riutilizzo creativo) dei capi usati per ridurre il negativo impatto ambientale della moda e promuovere tendenze circolari e sostenibili. La collaborazione consiste nel mettere in vendita i capi ricreati da Equo Dress nell’e-commerce dell’azienda torinese. Ambiente, inclusione sociale e contrasto alla violenza: quali ingredienti migliori per imbastire il futuro?

Al momento, i promotori e le promotrici di Equo Dress proseguono la raccolta dei jeans usati, con i quali le donne coinvolte nel progetto, aiutate dalla sarta e operatrice di comunità Maria Grazia Roccella, creano capi nuovi. Per fare una gonna a trapezio occorrono, ad esempio, tre paia di jeans e tanta attenzione.

La cosa più importante: se da vestiti vecchi ne nascono di nuovi, anche le storie drammatiche possono trasformarsi in nuove vite e storie a lieto fine.

 

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