Fiorella Falci: «L’università diventi patrimonio comune!»

Fiorella Falci
Fiorella Falci

Da pochi giorni, Fiorella Falci è entrata a far parte del consiglio di amministrazione del Consorzio universitario di Caltanissetta. Docente di Storia e Filosofia, già vicesindaco e assessore all’Identità e Futuro della giunta presieduta da Salvatore Messana, Fiorella Falci è oggi presidente della sezione di Caltanissetta dell’Unione Cattolica Stampa Italiana e direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della Diocesi di Caltanissetta.

L’università a Caltanissetta è argomento spinoso e sempre affrontato in relazione alla vicina Enna. Abbiamo quindi chiesto a Fiorella Falci come intende impostare il suo lavoro, in vista di un rilancio dell’università nissena.

Inizierei col chiederti qual è il tuo concetto di università… 

«Penso che l’università sia un luogo di formazione culturale e professionale in cui i giovani possono mettersi alla prova in due direzioni: studiando la realtà con un orizzonte e un respiro globale, analizzandone le complessità, e contemporaneamente imparando a leggere in profondità la realtà in cui vivono, il proprio territorio, la società a cui appartengono, con queste lenti globali che li possono fare uscire dall’angustia provinciale del non-senso, in cui ci si ritiene tagliati fuori dalla storia e ininfluenti rispetto alle trasformazioni.

Questo sia rispetto alla didattica, sia soprattutto rispetto alla ricerca che nell’università è indispensabile, e che è la cosa più difficile da realizzare, specialmente in una realtà piccola e periferica come la nostra.

Una classe dirigente, quella che nelle università dovrebbe formarsi, dovrebbe avere queste qualità di visione culturale che diano senso anche all’impegno professionale e civile al più alto livello. Lo studio, la ricerca, approfonditi, rigorosi, secondo me sono l’unico motore per lo sviluppo di una società e l’unico “ascensore sociale” capace di valorizzare i talenti delle persone, superando i privilegi sociali, le rendite di posizione e la corruzione che uccide il merito e la qualità, e soffoca la democrazia».

Da quando eri giovane ad oggi, l’istruzione universitaria è diventata più o meno accessibile a tutti? 

«Io ho frequentato l’università nella seconda metà degli anni ’70, quando era stato liberalizzato l’accesso ai diplomati di tutti gli indirizzi di studio. Questa apertura ha significato un respiro importante per una società che cambiava, e in cui nuove classi sociali, da sempre emarginate, e tantissime donne ancora più degli uomini, hanno vissuto l’occasione e la speranza di affermarsi per i propri meriti come mai era stato possibile in Italia.

Il contrappasso è stato una progressiva dequalificazione della formazione universitaria (in parallelo si dequalificava anche la scuola secondaria): si depotenziava così la forza di una nuova classe dirigente possibile, che poteva minacciare gli equilibri consolidati del sistema di potere, e gli effetti di quella poderosa apertura sociale sono stati in parte vanificati.

Oggi secondo me la formazione universitaria è meno accessibile, per i troppi filtri del numero chiuso in quasi tutte le facoltà più direttamente professionalizzanti che hanno reintrodotto il privilegio e non la selezione qualitativa (che non può essere preventiva ma casomai va verificata durante il corso di studi). Le spese per sostenere un percorso universitario sono diventate pesanti, in un contesto economico sempre più precario, e le famiglie non sempre sono in grado di investire sul futuro dei propri figli quando non è più scontato che una laurea possa garantire un lavoro di qualità e un reddito adeguato».

Come intendi impostare il tuo lavoro? 

«Penso che intorno all’università si debba lavorare superando tutte le possibili divisioni (e la mia elezione all’unanimità da parte dei soci fondatori ha questo segno positivo e impegnativo) per costruire un progetto di qualità del lavoro e dell’economia nel territorio, scegliendo corsi di studio legati ai processi di trasformazione dell’economia e delle professioni relative ai servizi essenziali (la sanità innanzitutto) che vanno incrementati.

Ma non bastano nuove facoltà e più iscritti per un progetto di sviluppo. La città e il territorio devono sentire l’università come un patrimonio comune in cui identificarsi e su cui investire, sia a livello delle istituzioni e dei parlamentari, a tutti i livelli, che devono farne una priorità assoluta della loro azione, sia a livello del mondo economico (anche con le sue fragilità) e di tutti i soggetti capaci di esprimere pensiero e progettualità concrete».

L’università può avere delle ricadute sul territorio che vadano oltre la formazione dei laureati? In che modo?

«L’università è per natura e per ragione sociale un motore di sviluppo del territorio, se si realizza con tutti i soggetti sociali un circuito positivo di qualificazione delle risorse che esistono e non riescono a fare sistema per una lunga carenza di intelligenza progettuale.

Intanto, la presenza in città di centinaia di studenti (ad oggi sono circa 800) che possono diventare molti di più, può sostenere un tessuto economico di servizi di accoglienza, ristorazione, di artigianato, di servizi culturali, che a partire dal centro storico ripopoli il territorio con il dinamismo di chi vive la passione della conoscenza anche come scoperta di una socialità nuova, che rompa gli schemi dell’individualismo mediatico che sta anchilosando le nostre relazioni umane.

Non partiamo da zero: Caltanissetta ha teatri, spazi culturali, musei e biblioteche pregevoli, che vanno valorizzati al massimo nel rapporto col mondo universitario potenziandone e sostenendone le attività.

L’università può diventare uno spazio a disposizione dell’animazione culturale, che promuove il confronto sociale, che genera idee innovative e utili al cambiamento, di cui c’è drammaticamente bisogno in questi tempi di stagnante afasia della società civile e politica del nostro territorio.

L’università può contribuire a progettare lo sviluppo di questo territorio di frontiera, periferia dell’occidente che deve giocarsi le ultime carte nel nuovo contesto europeo che si sta ri-definendo anche in questi mesi di pandemia.

E poi, nel nostro territorio vivono e transitano migliaia di migranti, provenienti da ogni parte dell’Asia e dell’Africa: perché non valorizzare le loro storie, le loro lingue e culture, per uscire dagli stereotipi “invasione Vs accoglienza” e impostare una ricerca di respiro internazionale su questo fenomeno globale che è antropologico, sociale, economico, culturale di cui il nostro territorio è una delle sinapsi in occidente? L’università potrebbe farlo, attivando l’attenzione di mondi culturali europei in quello che potrebbe essere un laboratorio culturale eccezionale, che guardi al futuro con gli strumenti della ricerca e della progettualità».

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