Giornata Mondiale contro l’Omofobia: riflessioni di Claudia Cammarata

Claudia Cammarata

Riceviamo e pubblichiamo una nota della presidente di Attivarcinsieme, Claudia Cammarata:

«Le parole sono pietre. Così come costruiscono ponti possono anche innalzare muri. Possono unire, possono dividere. Possono far male se scagliate contro.

Ci sono delle parole che utilizziamo di frequente e con le migliori intenzioni: per rilanciare la speranza, per rassicurare e rassicurarci, per dimostrare la nostra benevolenza. Ma se scendiamo a fondo, se analizziamo la portata del peso di queste parole noteremo che portano alla costruzione di un senso, quindi di una realtà opposta a quella che avevamo immaginato e per la quale ci eravamo, magari, battuti.

Una parola ricorrente, quasi abusata in quest’ultimo periodo è “normalità”.

Il vocabolario associa al sostantivo “normale” il seguente significato: che è conforme a una regola o all’andamento consueto di un determinato processo. Ritengo che questa parola possa essere utilizzata in pochi, pochissimi ambiti. Non al mondo né tanto meno alle persone caratterizzate da un livello tale di complessità e sfumature impossibili da recintare entro un concetto così ristretto.

Quando, benevolmente, si dice “Gli omosessuali sono persone normali come noi” le intenzioni sono certamente positive ma si dà per assodato che esistano categorie di persone NOI e LORO e che ciascuna categoria sia privilegiata perché “normale”.

Normale non esiste. A seconda del periodo storico, del contesto sociale, dell’ambiente, della famiglia, della religione e della cultura di appartenenza “normale” può essere una determinata cosa oppure un’altra. E ciò che noi oggi riteniamo normale, ordinario, in un altro periodo storico o in un altro contesto può essere considerato anormale, inconsueto.

Passiamo a un’altra parola: differenza.

Diverso da chi? Da cosa?

Tutti siamo esseri umani diversi ognuno dall’altro, ciascuno/a con la sua originalità e con le proprie peculiarità. Il problema nasce quando dalla diversità scaturiscono le disuguaglianze per cui, collegandoci al concetto di normalità, si ritiene “diverso” colui o colei che esce fuori dal confine di ciò che è normale.

Un’altra parola ancora: tolleranza.

Preferiamo l’utilizzo della parola RISPETTO. Tollerare significa sopportare e quando si parla di “differenza” non si può accettare di tollerarla ma bisogna rispettarla.

Il 17 maggio di ogni anno ricorre la Giornata Mondiale contro l’omofobia e, puntuali, arrivano i bilanci. È importate ricordare che il 17 maggio del 1990 l’OMS ha rimosso l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Un passo decisivo ma che non ha rappresentato una battuta d’arresto dei fenomeni omofobici e discriminatori.

I dati che provengono dall’Italia dimostrano che il nostro Paese è ancora profondamente omofobo e ancora estremamente a rilento nel cammino verso l’uguaglianza formale e sostanziale: il contact center antiomofobia e antitransfobia Gay Help Line (800713713) ha condotto un’indagine in 80 scuole italiane (licei ed istituti tecnici). Dai questionari anonimi cui sono stati sottoposti ragazze e ragazzi è emerso che il 10% di loro pensa che l’omosessualità sia una perversione, un peccato, una malattia mentale e il 27% non vorrebbe un compagno o una compagna di classe.

Per molti ragazzi l’omosessualità rappresenta una scelta, qualcosa che si apprende o verso la quale si può essere deviati da fattori esterni.

Il coinvolgimento dei giovani e giovanissimi in questa analisi ci aiuta ad analizzare la rotta che ha intrapreso questo Paese: un alto tasso di disinformazione e demonizzazione (anche da parte di diversi ed influenti attori politici) ha fatto sì che le nuove generazioni siano poco o affatto disposte a rispettare ciò che considerano altro da sé, diverso.

Che sia, la Giornata Mondiale contro l’Omofobia, il trampolino di lancio per adottare un linguaggio, per ripensare a determinati concetti che diamo per assodati, per rinnovare il nostro modo di vedere e vivere la società».

 

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