I figli dei boss possono essere “liberi di scegliere”? Riflessioni dal libro di Dario Cirrincione

Trentasette anni e una figlia piccola, Marina Genocchio ha avuto il coraggio di ribellarsi alle violenze del marito, condannato per mafia ed estorsione. Oggi Marina e la figlia vivono in località segreta, grazie al protocollo “Liberi di scegliere”, sottoscritto il 2 febbraio 2018 da Dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, Tribunale e Procura della Repubblica per i minori di Reggio Calabria, Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e associazione Libera.

Per capire cos’è “Liberi di scegliere” può essere molto utile il libro del giovane giornalista Dario Cirrincione, attualmente impiegato nelle Media Relations di Terna Spa dopo una serie di incarichi importanti in testate di rilievo nazionale. Il libro si intitola Figli dei boss ed è stato pubblicato quest’anno dalle edizioni San Paolo, nella collana “Storie vere”. Le edizioni San Paolo hanno il grande merito di lottare contro il fenomeno mafioso interessandosi, però, alla persona e riconoscendone i tentativi di bene fuori da ogni tentazione lombrosiana del considerare il crimine una sorta di predestinazione naturale. Un altro testo esemplare in proposito è La speranza oltre le sbarre, realizzato da Maurizio Gronchi e Angela Trentini e pubblicato dalle stesse edizioni nel 2018.

La presentazione del libro a Palermo

Dario Cirlincione ha basato il suo volume su una serie di interviste fatte a figli di boss di mafia, camorra e ndrangheta ma anche a magistrati e operatori della giustizia. Il racconto delle vicende delle famiglie Riina e Provenzano è stato invece realizzato attraverso quanto riportato da testate giornalistiche e profili social, tutte fonti che fanno parte del più vario materiale utilizzato da Cirrincione per la stesura del suo libro. Si tratta di un’inchiesta a tutto tondo sul mondo delle famiglie legate alla criminalità organizzata, dalla quale emerge uno spaccato di storie molto diverse l’una dall’altra. I figli dei boss spesso trascorrono la loro vita in solitudine, divorati dalla sensazione di sentirsi sempre fuori posto, “sbagliati”, anche quando non condividono le scelte dei padri. Ciò che affiora dal libro è la possibilità di emanciparsi da questa posizione scomoda e declinare la propria appartenenza in maniera differente, mantenere cioè il legame affettivo con la famiglia, quando ne sussistano le condizioni, ma comportarsi diversamente da essa, in modo onesto.

Figli dei boss è stato presentato il 10 maggio scorso a Palermo, durante un incontro formativo intitolato “Crescere nelle famiglie di mafia, un’altra via è possibile?”, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti con la collaborazione del Centro Pio La Torre e del Centro studi Paolo e Rita Borsellino. L’intervento conclusivo dei lavori è stato proprio quello dell’autore, Dario Cirrincione, che ha sintetizzato in poche parole le ragioni della sua ricerca: «questi ragazzi non sono solo i figli di, ma hanno un nome e una storia propri». Insomma, un libro che invita alla riflessione, oltre le visioni consolidate e i pregiudizi.

 

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