In occasione del 25 Aprile parliamo in anteprima del nuovo libro dello storico Filippo Falcone sui “Sovversivi” antifascisti siciliani

Filippo Falcone

Filippo Falcone da anni ormai si occupa di studi sulla storia della Sicilia tra ‘800 e ‘900, con all’attivo la pubblicazione di decine di articoli e saggi. Dal 2014 dirige la rivista semestrale “Studi Storici Siciliani”, patrocinata dal Consorzio Universitario di Agrigento. Proprio il 25 aprile sarebbe dovuto uscire il suo ultimo poderoso volume (circa 300 pagine) dal titolo “Sovversivi – Figure dell’antifascismo siciliano”. Nucleo centrale dell’opera è proprio la militanza antifascista nella provincia di Caltanissetta, che fu uno dei maggiori centri delle cellule clandestine contro il regime fascista in Sicilia. La pubblicazione dell’opera – che a causa del fermo dell’editoria per il coronavirus, slitta di qualche settimana – sarà edita dalla casa editrice Sciascia di Caltanissetta è inserita nella prestigiosa collana di studi dell’Istituto Gramsci Siciliano, con prefazione del suo Presidente, il prof. Salvatore Nicosia, già Preside della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo. Nonostante ciò l’autore concede alla nostra rivista on line un’anticipazione, discutendo del libro e soprattutto dell’importanza, più che mai in questi tempi, di ritornare a parlare di antifascismo e Resistenza.

«E’ di questi giorni quello che, peraltro, è il pericolo riemerge ciclico, nel dibattito politico del nostro Paese, di rimettere in discussione le pagine dell’antifascismo e della lotta di Liberazione.

Naturalmente la Resistenza, e il posto che occupa nella storia d’Italia, può e deve essere messo in discussione. Le opinioni e le discussioni al riguardo divergeranno sempre (guai ad un pensiero unico). È giusto che sia così. Però, non si può negare che l’antifascismo italiano fece parte di un ben più grande movimento di liberazione che si estese in tutta Europa, contro le dittature del tempo e contro l’occupazione e i crimini nazisti.

Quel grande movimento “resistenziale”, che si avviò già dai primi anni Quaranta, coinvolse la Francia, la Grecia, la Jugoslavia, l’Italia ecc. ed ebbe come obiettivo principale quello di liberare l’Europa da Hitler e da ogni dittatura antidemocratica.

In Italia vennero ripresi i valori del Risorgimento (non a caso il nisseno Pompeo Colajanni, una delle guide della Resistenza in Piemonte, volle chiamare le formazioni da lui fondate con nomi come “Divisioni Garibaldi”, “Brigate Pisacane” ecc. e gli stessi partigiani “garibaldini”).

La storia di questi uomini, quindi, non va né sottovalutata, né posta sotto i pericoli di un frettoloso “revisionismo”.

In questo quadro giovani, studenti, operai, artigiani, ebbero un ruolo centrale. Basterebbe rileggere le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza”, per scorgere i tanti messaggi di pace che ci hanno lasciato questi martiri prima di essere uccisi. Quelle lettere di giovani, di ragazzi, di uomini che vanno a morire, non sono certo lettere di guerra, sono semmai lettere di pace, il sogno di un futuro di pace. E la pace, come ci insegna Voltaire, può essere raggiunta solo con la tolleranza tra gli uomini e tra gli Stati. La pace è il più ricco dono che gli uomini possano fare a sé stessi.

Sappiamo che il mondo, da quel 1945, è profondamente mutato, non solo rispetto a quegli accadimenti, ma anche rispetto a tutto il resto. E, tuttavia, quei valori non hanno perso di attualità e validità. Le grandi motivazioni ideali della Resistenza e dell’antifascismo ci insegnano sempre a mirare alla formazione di una società migliore, ad un impulso di fratellanza, alla perenne lotta contro l’offesa dell’uomo contro l’altro uomo, ad un messaggio universale, insomma, di concordia.

Se è vero che la Sicilia, liberata dagli Alleati nel luglio 1943, non conobbe quella che fu la cosiddetta guerra di Liberazione o Resistenza – che caratterizzò invece la gran parte dell’Italia centro-settentrionale tra il 1944 e il 1945 – è pur vero che, già dall’avvento del fascismo, l’isola aveva conosciuto varie forme di opposizione al regime. In quel contesto, tra le province siciliane, quella di Caltanissetta, proprio per le sue forti tradizioni socialiste, fu tra le più attive. Ed è questa la ragione che mi ha spinto alla pubblicazione di questo libro. Sono qui opportune, però, alcune considerazioni generali. Prima di tutto sulla necessità di spiegare la genesi della mia ricerca.

Nello studio delle forme di opposizione al fascismo – è questo vale anche per l’area indagata in questo libro – molto si sono utilizzati, a ragione, documenti come le schedature di polizia, oggi custodite presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Si tratta, per lo più, di rapporti di condanne dei cosiddetti tribunali speciali per la difesa dello Stato e delle sue commissioni provinciali, operanti in ogni provincia durante il fascismo. Erano, questi, organismi della magistratura che emettevano provvedimenti nei confronti degli oppositori del regime, che andavano dalle diffide, agli arresti, al confino di polizia. Ciò si verificava già dai primi anni del fascismo, nei confronti non solo di tutte quelle avanguardie di lotta, da punire per la loro ostinata volontà di non accettare la dittatura fascista, ma anche verso coloro che non si allineavano al conformismo che il regime richiedeva o che mostravano, comunque, tentennamenti a quel consenso.

Rileggendo la documentazione del Casellario Politico dell’Archivio Centrale dello Stato, scorrono diffide, ammonizioni, processi, condanne, arresti, confino politico negli oltre 160 mila fascicoli personali riguardanti gli oppositori al fascismo. A questa immensa mole di materiale, si potrebbero aggiungere anche i numerosi atti di repressione consumati contro gli antifascisti. Si pensi, ad esempio, a quello che si verificò a Caltanissetta già nei primissimi anni del regime nei confronti di alcuni operai del Circolo dei ferrovieri, licenziati senza alcun preavviso, privati di indennità e pensione – tra i più attivi Arnone, Caminiti, Malogioglio ed altri – solo per aver scioperato contro lo squadrismo fascista della città. Ed ancora le repressioni verso le stesse famiglie degli oppositori, sino ad arrivare al vero volto violento del totalitarismo fascista con aggressioni e suicidi simulati, come nel caso di alcuni antifascisti di Serradifalco.

Ma potremmo anche dire che, nell’area nissena e in special modo in quella più zolfifera, anche quando non vi fu una scelta di campo di militanza clandestina antifascista, vi fu comunque una presa di posizione, da parte di molte maestranze, di non consenso, di non allineamento, di non omologazione al fascismo.

Quindi, come emerge dai citati documenti, vi furono anche coloro che, pur non facenti parte di nessuna rete clandestina di opposizione al regime, dovettero subire arresti e condanne anche per piccoli atti individuali di opposizione o di non accettazione del fascismo: gesta, ad esempio, come il bruciare il mezzo busto di zolfo raffigurante Mussolini, realizzato per la sua visita nella miniera Trabia Tallarita, tra Sommatino e Riesi, nel 1924 o far riemerge in superficie dal sottosuolo i carrelli carichi di zolfo con scritte e disegni raffiguranti falce e martello o slogan inneggianti la libertà. Tutto ciò, se nulla modificava dell’asfissiante realtà, serviva comunque a mantenere viva la speranza di un ritorno alla democrazia.

Due aspetti, dunque, vanno rilevati circa le pagine di questo libro: il primo è quello di un antifascismo quotidiano, di non omologazione, fatto di attese, di speranze, di piccole azioni. Quello insomma che lavora alla base di un’idea che presto o tardi il fascismo sarebbe stato sconfitto; magari con l’arrivo dell’Armata rossa che avrebbe portato il tanto atteso “sol dell’avvenire”. Ed è quell’antifascismo a cui si accennavamo prima, magari ingenuo ed elementare, ma presente ed operativo, quindi anch’esso prezioso. Vi è poi l’antifascismo, diciamo così, “eroico”, quello che fece scegliere a molti siciliani, a molti nisseni, la lotta di Liberazione nel Nord Italia.

Nelle pagine del libro ho cercato di ricostruire gli elementi biografici essenziali dei nisseni “sovversivi” (come vengono definiti nelle schedature di polizia gli oppositori al regime). Ma vanno ricordati anche coloro che provenienti da questa nostra area geografica, operarono nella Resistenza al nazifascismo all’estero (Francia, Spagna, Jugoslavia).

La ricerca è stata condotta, come dicevo, soprattutto attraverso la rilettura non solo del ricco materiale conservato presso il Casellario Politico Centrale, ma anche della stampa e della documentazione dell’epoca. Circa la mia scelta di dedicare ai “sovversivi” siciliani e nisseni questo lavoro, sarebbe forse retorico ricordare, ancora una volta, il significato della loro decisa ed ostinata resistenza contro la dittatura fascista ed il valore, non solo simbolico, della loro opposizione. Fu, la loro, certamente, una semina proficua, fatta di tanti sacrifici e di tanti pericoli: quella degli zolfatari, dei ferrovieri di Caltanissetta e di tanti altri lavoratori, ed assieme a loro di quei siciliani che la Liberazione decisero di andarla a combattere, armi in pugno, dove ancora c’era il nemico fascista e tedesco. Molti di loro si seppero anche guadagnare il prestigio di diventare guide e comandanti nelle lotte.

Resistettero convinti che i loro sogni, le loro speranze avrebbero, prima o poi, finito per essere realizzati. Per queste ragioni molti di essi sopportarono il confino, il carcere, l’esilio ed alcuni persino la morte.

A loro dobbiamo davvero molto: la nostra Libertà».

 

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