Il significato della Resistenza di Sonia Zaccaria

Sonia Zaccaria

Riceviamo e pubblichiamo le considerazioni sul significato della Resistenza di Sonia Zaccaria, docente di Filosofia e Storia e presidente del Comitato scientifico della rivista “Studi storici siciliani”:

«Il fascismo e il nazismo con il loro crimine, hanno lasciato una scia di sangue e sofferenze, mai come prima era accaduto nella storia, martoriando non solo milioni di corpi   ma principalmente la coscienza dell’uomo, che non potrà essere sanata per il resto della vita.  Con la creazione di totalitarismi dove era assolutamente impedita ogni libera forma di espressione, hanno fuso il pensiero in una lega di metallo duttile e malleabile soltanto al potere annientando la volontà individuale e la differenziazione di idee: gregge al seguito di un padrone che coincise con il partito e con il capo; pensiero unico di sopraffazione, di asservimento, che ha annichilito il discernimento tra il bene ed il male, impedendo la diversità alla ragione ed al sentimento. Un crimine ideologico oltre che sociale ed economico. Ecco perché non ci può essere attenuante né tanto meno considerazione interlocutrice verso una progettazione malefica e criminale. Gli uomini passano e scontano la pena, il reato resta tale in ogni tempo e in ogni dove.

Ma il ‘900 dell’uomo e della storia ha però avuto la sua parte nobile, quel germe che non muore nel volto di chi ha cercato di resistere e di affermare il diritto alla libertà, di chi ha combattuto con tutte le sue forze ogni forma di sopraffazione anche a costo della propria vita. Quanti uomini e quante donne hanno resistito. Quanti sono stati messi a tacere, con l’esilio, con il carcere, con la tortura, con il sacrificio della vita, ma la loro determinazione ha acceso negli altri il lume della ragione facendola diventare luce che ancora oggi risulta essere il vero esempio da conservare nella memoria, gelosamente.

Il potere violento, arrogante, autoreferenziale, non è mai riuscito a spegnere completamente la voce di chi parlava di dignità, di giustizia, di rispetto della persona, di pluralità. Uomini, a volte poco noti, umili anche, gente comune, ma voci di grandissimo valore che devono risuonare oggi più forti che mai, riscoperti nel loro enorme valore umano, nella coerenza delle loro scelte, nella testimonianza della loro vita.

Chi potrà cancellare dalla propria memoria la storia di don Pietro Pappagallo, che accolse nella sua casa i perseguitati di ogni fede e nazione, assassinato alle Fosse Ardeatine? Chi potrà mutilare ancora una volta quella parte del cuore e della ragione, rimuovendo un ricordo di questo genere?

Ricordarle è doveroso, un obbligo morale oltre che politico, affinché il ricordo impedisca l’errore ancora un’altra volta.  La memoria è l’unica chiave che permette di riportare alla luce luoghi, volti, vite che la noncuranza e la proditoria mistificazione hanno sepolto. La memoria è la pietra angolare di   tante vicende umane, che hanno corretto la costruzione del nostro futuro. Uomini e donne che con la loro lotta, hanno affermato il diritto alla libertà, in un tempo in cui sembrava che dovessero prevalere soltanto la violenza e la sopraffazione, ovvero le tenebre. Essi rimasero tenacemente legati alla propria dignità e alla propria libertà. Rimasero fedeli a principi e a valori non negoziabili, inalienabili.

E quelle donne, come me, che vollero affiancarsi, diventando protagoniste del cambiamento anche di genere, che dettero prova di coraggio nell’obnubilamento del pensiero generale, di accortezza e di intelligenza, di passione e praticità, di irriducibilità, sono state l’esempio del progresso e del cambiamento, furono le donne che costruirono la nuova storia.

Furono settantamila, ma probabilmente molte di più. Anche se il loro ricordo è entrato solo da poco tempo nella storia ufficiale della resistenza italiana. “Dopo la fine della guerra, direi a partire dal 1948, c’è stato una specie di silenzio generale sulla resistenza femminile”, afferma la storica Simona Lunadei, autrice di Storia e memoria. Le lotte delle donne dalla liberazione agli anni ‘80. “Questo perché si cercò di normalizzare il ruolo delle donne, che proprio durante la guerra avevano sperimentato un’emancipazione di fatto dai ruoli tradizionali”.

“A partire dagli anni sessanta, con le lotte per l’autodeterminazione femminile e i cambiamenti profondi in corso nella società, si cominciò a rivendicare un ruolo per le donne che affondasse anche nella storia della repubblica e nella resistenza”.

Le donne della resistenza non chiesero mai un riconoscimento per ciò che avevano fatto, perché semplicemente pensavano che quello fosse il loro “dovere”, perché pensavano che la “storia” fossero anche loro

Le partigiane erano staffette che portavano cibo, armi, riviste, materiali di propaganda. Rischiavano la vita, le torture e le violenze come solo le donne sono capaci di fare: con forza, abnegazione e soprattutto con passione. Molto spesso non erano armate e quindi non si potevano difendere, subendone tutte le conseguenze.  Molte proteggevano i partigiani: li nascondevano, si prendevano cura di loro: combattevano.

“Non sarebbe stata possibile la resistenza senza le staffette, tuttavia dopo la guerra poche donne chiesero di essere riconosciute come partigiane”, racconta la storica.  “Se una donna faceva la staffetta difficilmente poteva documentare la sua attività partigiana, questo ha significato che pochissime sono state riconosciute come partigiane e sono entrate nel Pantheon della resistenza”.

Solo 19 di loro hanno ricevuto medaglie d’oro al valore per le loro azioni durante tale periodo.

Le donne che hanno partecipato direttamente alla lotta armata hanno dovuto anche affrontare grandi ostacoli nelle stesse brigate partigiane a cui appartenevano. Nel libro intitolato Cuore di donna in cui Carla Capponi racconta la sua storia, l’autrice ricorda che i suoi compagni non volevano concederle l’uso della pistola e per questo fu costretta a rubarla e anche in questo caso alcuni compagni provarono a togliergliela.

“Il problema è il tabù delle donne che esercitano la violenza, che ovviamente era molto forte in un contesto culturale tradizionalista come quello italiano. Riconoscere alle donne la possibilità di esercitare la violenza armata avrebbe significato riconoscere un’uguaglianza di genere”, afferma Lunadei. “Le pochissime donne a cui alla fine fu consentito l’uso delle armi hanno sempre raccontato in seguito i problemi che questo creava loro, in termini culturali e pratici”.

“C’è, nei confronti delle donne che hanno partecipato alla Resistenza, un misto di curiosità e di sospetto… È comprensibile … che una donna abbia offerto assistenza a un prigioniero, a un disperso, a uno sbandato, tanto più se costui è un fidanzato, un padre, un fratello… L’ammirazione e la comprensione diminuiscono, quando l’attività della donna sia stata più impegnativa e determinata da una scelta individuale, non giustificata da affetti e solidarietà familiari. Per ogni passaggio trasgressivo, la solidarietà diminuisce, fino a giungere all’aperto sospetto e al dileggio.” Così scrive Miriam Mafai nello scritto Pane nero.

E persiste anche, sul piano linguistico, uno scarto non superato, non risolto tra la resistenza maschile e quella femminile: il sangue delle donne viene definito “contributo”, e non è stato certamente solo questo… è stato essenziale alla guerra. In Partigiane – Tutte le donne della Resistenza,  la storica Marina Addis Saba, afferma che tantissime  donne, di ogni estrazione sociale: operaie, studentesse, casalinghe, insegnanti, in città e in campagna, organizzarono veri e propri corsi di preparazione politica , di specializzazione per l’assistenza sanitaria  , per la stampa dei giornali e dei fogli del Comitato di Liberazione Nazionale e per la divulgazione di stampa e volantini di propaganda, a favore della lotta partigiana.  Nel novembre del 1943 a Milano si crea un organismo politico grazie ad alcune donne appartenenti ai partiti del CLN (Giovanna Barcellona, Giulietta Fibbi e Rina Picolato, comuniste; Laura Conti e Lina Merlin, socialiste; Elena Drehr e Ada Gobetti, azioniste).

Ricordo ancora quando lessi, per la prima volta, la vita di Teresa Mattei, rimasi colpita da quella giovane donna eletta all’Assemblea Costituente, la chiamavano “la ragazza di Montecitorio”.  Nel 1938, a 17 anni, venne espulsa dal liceo classico Michelangelo di Firenze e radiata da tutti gli istituti del Regno perché, dopo aver ascoltato in classe l’intervento del professor Santarelli, inviato nelle scuole a far propaganda razzista, si alzò in piedi e disse: «Io esco perché non posso assistere a queste vergogne». Mi rimase per sempre quest’ immagine, forse perché anch’io avevo quell’età e mi chiesi che cosa avrei fatto al suo posto. Teresa divenne partigiana con il nome di battaglia “Chicchi”, molto attiva nella Resistenza e nella lotta di Liberazione, fece parte dei Gap e, partecipò anche ad attentati in quegli anni sofferti.  Il fratello Gianfranco, partigiano come lei, fu sorpreso nel 1944 dai nazisti e portato nel carcere di via Tasso a Roma dove, dopo spaventose torture, nel timore di tradire i compagni, si impiccò con la cintura dei pantaloni nella notte tra il 6 e il 7 febbraio 1944.

Teresa, intercettata dalle SS durante un viaggio verso Firenze venne picchiata, torturata e violentata, ma riuscì a fuggire. E dopo aver fatto saltare in aria un convoglio carico di esplosivo nascosto in un tunnel, si rifugiò all’Università, dove il professor Garin, suo relatore per la tesi, era riunito con altri colleghi. Per salvarla, Garin e gli altri formarono una commissione di Laurea estemporanea e quando arrivarono i tedeschi Teresa fu salva. E che dire di Nilde Iotti anche lei, donna coraggiosa, entrata nelle file della Resistenza operò nei “Gruppi di difesa della donna” che, hanno dato un grande contributo alla lotta contro i nazifascisti.

Diceva Sandro Pertini:” Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi.”

Ecco perché credo, oggi più che mai, il 25 Aprile essere una festa di tutti noi con il sapore e l’odore di tutti questi nomi e questi volti, che hanno combattuto per consegnarci l’Italia democratica, libera, unita, capace di combattere insieme qualsiasi evento le si presenti. Anche una terribile pandemia, un’emergenza sanitaria, sociale ed economica come quella attuale, che ci farà riflettere e festeggiare con la mestizia nel cuore, ma con la consapevolezza che ci riprenderemo e supereremo quest’altra violenza della storia, senza camicia nera e senza croce uncinata, ci ha inferto e andremo avanti alla ricerca di diritti sempre più ampi e libertà sempre più inviolabili».

 

 

 

 

 

 

 

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