22 Febbraio 2024
L'opinione

La contraddittoria Democrazia americana: considerazioni di Filippo Falcone

Filippo Falcone (foto di Ettore Garozzo)
Riceviamo e pubblichiamo il contributo dello storico Filippo Falcone sulle contraddizioni della democrazia americana. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Palermo, Filippo Falcone è autore di numerosi saggi di Storia contemporanea. Giornalista pubblicista, fa parte del Comitato editoriale della rivista “Studi Storici Siciliani”, che ha diretto dal 2014 al 2020. Collabora con varie università ed è dipendente del Ministero della Pubblica Istruzione.
Con il seguente articolo dello storico Falcone, vorremmo inaugurare una discussione sulle grandi questioni del nostro tempo e sui temi che caratterizzano il nostro territorio. Vorremmo, cioè, creare uno spazio di discussione aperto a tutte le opinioni espresse democraticamente.

La contraddittoria Democrazia americana
di Filippo Falcone

L’idea di una sorta di “eccezionalismo” americano parte da lontano, almeno dalla pubblicazione di “Democrazia in America” di Alexis de Tocqueville (i due volumi uscirono il primo nel 1835 e il secondo nel 1840). Già allora il filosofo scriveva testualmente che la «posizione degli Americani è eccezionale e si potrebbe credere che nessuno altro popolo democratico potrà mai essere in una tale posizione». Questa convinzione di superiorità culturale (se non antropologica) ha nel tempo giustificato la perdurante logica dell’allargamento della propria sfera di influenza (anche nella tesi giustificazionista di “proteggere” gli altri paesi da eventuali pericoli per la Democrazia). Ciò si è però spesso trasformato in vero e proprio atteggiamento imperialista, che, di fatto, ha guidato molte delle amministrazioni presidenziali americane nel corso dei decenni.
Queste tesi di “supremazia” culturale hanno trovato sostegno anche nell’applicazione della cosiddetta “dottrina Monroe”, cioè di quell’idea secondo la quale gli Stati Uniti, non solo non hanno mai tollerato nessuna interferenza o intromissione nella propria politica interna, ma, per decenni, hanno voluto metter “mano” sia a quella dei vicini paesi dell’America Latina, sia a quella di alcuni paesi dell’emisfero occidentale.
Uno dei maggior sostenitori della “dottrina Monroe” fu, già agli inizi del Novecento, il Presidente Theodore Roosevelt, allorquando pensò che gli Stati Uniti fossero autorizzati a intervenire negli affari interni dei citati paesi latini; si pensi alla presenza nel Canale di Panama. Si sostenne allora che quell’intervento fosse giustificato da ragioni militari, ma ancor prima le ragioni furono soprattutto di natura commerciale ed economica. Ricordiamo che quel canale permetteva contatti diretti con l’America centrale e facilitava il transito tra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico. Il progetto americano fu, in quel caso, più in generale, di controllare gran parte dei territori di quella vasta area. Per farla breve, Panama divenne protettorato americano e lo rimase sino alla fine degli anni Trenta.
Ma, l’applicazione della “dottrina Monroe” non si fermò lì, il suo corollario, negli anni a seguire, fu usato per giustificare gli interventi ad Haiti, in Nicaragua, in Messico, nella Repubblica Domenicana ecc. Un disegno quasi “messianico” da parte delle amministrazioni presidenziali statunitensi che via via si succedevano, che divenne quasi una costante: intervenire ove si ritenesse necessario. Una piccola annotazione a margine: l’America ha però sempre messo avanti la cosiddetta politica dello “zio Sam”, cioè gli interessi economici rispetto a tutto il resto.
Quando nel 1945, concluso il Secondo conflitto mondiale, con la Conferenza di Yalta il mondo cambiò fisionomia e a quello americano si affiancò un altro “impero”, quello sovietico, le cose si complicarono. L’America possedeva allora l’80% circa delle riserve auree mondiali, poté quindi dar vita al cosiddetto “Piano Marshall”. Ciò gli permise, attraverso quei fondi di ricostruzione postbellica, di entrare nelle decisioni di molti paesi europei, alcuni dei quali non lontani dall’Unione Sovietica (come la Germania Occidentale); ponendoli di fatto sotto la propria ala protettiva e finendo per dettarne le regole.
Ma gli americani successivamente si sentirono anche autorizzati ad intervenire in aree del mondo che, secondo loro, rappresentavano una minaccia comunista: Vietnam, Indocina, Cambogia. Conflitti sanguinosi che si spinsero dalla metà degli anni Cinquanta agli inizi degli anni Settanta, provocando, solo per parte americana, oltre sessanta mila giovani vittime tra i soldati.
Una politica estera, quella che stiamo qui brevemente ricostruendo, in cui inciampò, nel 1961, persino una presidenza progressista come quella di John F. Kennedy. Ci si riferisce alla nota vicenda della Baia dei Porci a Cuba. Si trattò, in quel caso, da parte degli Stati Uniti (grazie anche all’aiuto di gruppi di esuli cubani anticastristi), di tentare di rovesciare la Repubblica socialista di Fidel Castro, ma il tentativo fallì.
Non va dimenticato che nel decennio successivo la Cia fece di tutto per impedire l’elezione in Cile del leader socialista Salvador Allende, poi democraticamente eletto nel 1970. Né seguì un forte boicottaggio economico a quel paese, sino al sostegno, nel ’73, al colpo di Stato del generale Augusto Pinochet, che instaurò una feroce dittatura militare, che si spinse sino alla stessa eliminazione di Allende (anche se la versione ufficiale parla di suicidio).
Alla “dottrina Monroe” fece seguito, negli anni Ottanta, la cosiddetta “dottrina Reagan” la cui amministrazione appoggiò leaders antidemocratici come Marcos nelle Filippine o i governi dell’apartheid in Sud Africa.
Sostanzialmente la logica americana in politica estera è stata, dunque, sempre quella di un convincimento di “egemonia culturale”, una visione “unipolare” del mondo, che ha poi portato ad altri interventi come quelli nella Guerra del Golfo, nei Balcani, l’invasione del Kuwait, dell’Iraq ecc.
In questo quadro un’ulteriore accelerazione si ha dopo i fatti dell’11 settembre 2001. Con l’attacco alle Torri gemelle da parte del fondamentalismo islamico, forse per la prima volta, l’America scopre una parte di sua invulnerabilità. Viene così elaborata la teoria dell’«Axis of evil», cioè dell’asse del male (l’espressione è di George W. Bush), per metter in fila i nemici da abbattere: Iraq, Iran, Libia ecc. Le uccisioni dei dispotici Saddam Hussein, Gheddafi, Osama bin Laden, lo scardinamento degli equilibri in quelle aree – e tutto quello che ne è seguito in termini di vespaio nel mondo musulmano – è cronaca dei nostri giorni.
Questo quadro interventista, tolta la parentesi “isolazionista” dell’amministrazione Trump, con le sue simpatie addirittura per discussi leaders come Putin e Kim Jong-un – e che ha individuato quasi come unico nemico l’espansionismo economico della Cina – è tornato forte sotto l’amministrazione Biden. Già in campagna elettorale Joe Biden sostenne apertamente che «bisognava riportare l’America al suo ruolo di leader del mondo».
La decennale crisi tra Russia e Ucraina, e lo scoppio del conflitto in quell’area, ha visto nuovamente gli Usa scendere in campo, questa volta però per “procura” (fornendo cioè solo armi a quest’ultimo paese), mirando, ancora una volta, a dimostrare il suo ruolo di leadership nel mondo.

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Un pensiero su “La contraddittoria Democrazia americana: considerazioni di Filippo Falcone

  • Calogero Rotondo

    Un contributo di ricostruzione storica molto interessante per conoscere e utile per una riflessione sul passato e il presente per il futuro. Non più centri di potere e comando globali ma un nuovo equilibrio per un mondo multipolare e di sane democrazie non controllate ma autonome e libere, toccasana e ossigeno per i popoli, le loro istituzioni, l’economia e il mondo del lavoro. Grazie Filippo Falcone

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