22 Febbraio 2024
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Uscire fuori dal provincialismo: l’artista Salvatore Cammilleri sulla cultura a Caltanissetta

Salvatore Cammilleri
Salvatore Cammilleri è un artista che ha vissuto a Caltanissetta fino a poco tempo fa e che oggi vive a Roma. Salvatore ha però mantenuto un legame con la città e lo abbiamo intervistato nell’ottica del dare spazio e voce alle competenze che esistono nel nostro territorio. Diversi anni fa, Salvatore è stato uno degli organizzatori del Festival “Estrazione/Astrazione”, che ha reso il quartiere Angeli un laboratorio molto qualificato di arte contemporanea ed è da quell’evento che intendiamo partire.
Il festival di arte contemporanea “Estrazione/Astrazione” nelle sue edizioni 2015-2016 è stato un successo non più replicato, perché?
«Il festival fu un’idea portata avanti insieme a Caterina Arena con l’aiuto di Veronica Nalbone. Il titolo spiega la necessità di “estrarre” per poter “astrarre” cioè attingere dal mondo che conosciamo, dalla nostra cultura per creare nuove forme di pensiero proiettate verso il futuro. Questa idea è stata sposata da personalità importanti del mondo dell’arte quali Francesca Fini, artista multimediale internazionale, Giuseppe Agnello maestro della scuola siciliana; Laboratorio Saccardi, anche loro eccellenza della scuola siciliana; e Alex Angi e Marco Veronese della Cracking Art, che con il loro movimento hanno partecipato alla Biennale di Venezia.
Il progetto consisteva nel creare una manifestazione replicabile ogni anno, anche al fine di ottenere finanziamenti europei, riqualificare il quartiere Angeli e, soprattutto, dare un respiro culturale internazionale alla città.
Tutto ciò, però, non ha suscitato l’interesse dell’amministrazione dell’epoca, tanto che, durante la seconda edizione, quando tutto era già stato organizzato e pronto ad iniziare, vennero tagliati i fondi. Tant’è che ci dovemmo ingegnare a trovare finanziamenti altrove, pur di portare a termine la manifestazione. L’odierna amministrazione qualche anno fa mi ha poi chiesto di riorganizzare lo stesso festival ed io, con grande entusiasmo, ho presentato il progetto migliorandolo e ampliandolo. Tuttavia non è stato mai approvato. Le motivazioni vanno chieste a loro perché, per me, non sono mai state chiare».

Caltanissetta è una città per artisti?
«In passato ci sono stati artisti che si sono distinti quali, ad esempio, Michele Tripisciano e Girolamo Ciulla, i quali per poter lavorare sono dovuti emigrare. Quindi, no, Caltanissetta non è una città adatta a chi fa dell’arte il proprio lavoro. Io stesso per poter vivere di arte mi sono dovuto trasferire. Poi, certo, bisogna vedere cosa si intende per “artisti”, perché oggi viviamo in una società in cui tanti si autocelebrano artisti».

Cos’è per te un artista?
«Per me essere artista è qualcosa di innato, che porta a una necessità prioritaria, tanto da farla diventare lavoro. Un artista deve avere un’ampia conoscenza, un reale talento, una personale poetica, una visione chiara, una ricerca coerente. E soprattutto deve creare un “nuovo”, ossia una forma d’arte mai vista prima».

Parliamo della Bibart: cosa pensi di questa iniziativa?
«Non ho avuto modo di vederla anche perché impegnato nella mia mostra personale “Uova alla Pop”, a cura di Maria Laura Perilli, alla Galleria Triphé a Roma».

L’artista degli angeli che non volano e delle uova fritte. Chi non è addentro alle cose dell’arte potrebbe banalizzare molto. Allora, ti chiederei quale percorso ti ha portato a queste visioni e cosa ti ha spinto a passare da una visione all’altra?
«Io, come artista, sono sempre partito da un pensiero esistenzialista che mi ha portato a trattare alcuni simboli che meglio raccontano tale pensiero. Le ali e le uova fritte, ad oggi, sono i simboli per i quali mi si riconosce. Le ali, che raccontano il “non volo”, risalgono agli albori della mia ricerca in quanto ho vissuto a Caltanissetta nel quartiere Angeli. Fin da bambino sono stato a contatto con il Cimitero monumentale che ha una grande presenza di ali, che mi hanno quasi indicato questa via. Con le uova fritte ho trovato una modalità universale e sono arrivato, a mio vedere, alla sostanza del pensiero esistenzialista. L’uovo fritto è l’elemento più popolare che esista e ben supporta proprio il mio stile pop. Concettualmente ho invertito il simbolismo canonico dell’uovo intero come simbolo di vita con quello dell’uovo fritto, attraverso il quale parlo di caducità. Ne deriva un pop concettuale che, quasi, nega il pop stesso. Infatti la mia proposizione di neopop avviene attraverso bassorilievi che, a volte, arrivano all’astrattismo e al monocromo, tutti elementi che nella pop art classica non esistono. Come si può vedere c’è tanta originalità e profondità che, comunque, mi viene riconosciuta da molti addetti ai lavori del mondo dell’arte. Non sono semplici uova fritte».

Ci parli anche dell’arte che fai oggi?
«La mia arte è sempre in evoluzione ed avrà sempre da dire e finché avrò forza sarà così».

Se tu fossi sindaco o assessore, cosa faresti per Caltanissetta?
«Oggi viviamo in un mondo in cui c’è un grande degrado culturale, soprattutto in Italia e, in particolar modo, nella nostra città. È ovvio che non potrei mai diventare sindaco, ma come assessore alla cultura penso che potrei dare le giuste soluzioni anche perché ho ampiamente dimostrato il mio valore come addetto culturale. Ciò che farei come assessore si potrà vedere solo nel caso in cui lo diventassi veramente. Però, tanto per gioco, dico questo: il tentativo che andrebbe fatto è quello di non focalizzarsi troppo sulla città e su ciò che la città già conosce (miniere, Rosso di San Secondo, Michele Tripisciano, ecc.), ma uscire da questo provincialismo cercando di affacciarsi al nuovo, infatti al di fuori dei confini territoriali e culturali della città c’è un mondo intero che è sempre da scoprire. Del resto la cultura è conoscenza».

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