La filosofia al tempo del Covid-19: riflessioni di Sonia Zaccaria

Sonia Zaccaria

Riceviamo e pubblichiamo queste interessanti considerazioni di Sonia Zaccaria, docente di Filosofia e Storia al Liceo scientifico “Alessandro Volta di Caltanissetta e presidente del Comitato scientifico della rivista semestrale di microstoria “Studi storici siciliani”.

«Mai come oggi è necessario leggere La peste di Albert Camus per comprendere il nostro oggi… un romanzo edito nel 1947.  E la domanda che campeggia su tutto è: come sarebbe il mondo di una città di medie dimensioni se, all’improvviso, arrivasse il flagello più terribile che l’umanità abbia conosciuto per secoli? Già solo per questa semplice intuizione, il libro meriterebbe, in questo momento storico così drammatico, una sua lettura. La peste è la protagonista assoluta cosi come nel nostro mondo oggi lo è il covid-19.

La tragedia nasce quando il tessuto ordinario della vita quotidiana viene stravolto, ovvero quando non c’è uno sfondo eroico, grandioso a sostenere il dramma ma la semplice vita attesa che si svolge esattamente come solitamente avviene. Il risultato non è, allora, la rivoluzione o il cambiamento subitaneo di quella piccola città. Al principio nessuno ci crede, poi qualcuno ne inizia a parlare con circospezione, dopo un po’ si ammette e non si ammette il problema e infine le autorità timidamente reagiscono. Ma poi la tragedia non si può più negare e tutti agiscono come possono alla morte che entra nelle case, in un modo atroce ed orribile. Alla fine ben pochi sopravvivranno al flagello ma non tutti moriranno. Non è forse molto simile o verosimile a ciò che è successo nel nostro mondo “rosso”?

In questo momento noi siamo ciechi. Siamo così attaccati ai sensi che non vediamo più, proprio così. E forse non vediamo da tanto tempo. La nostra vita adesso è tanto angosciante quanto poetica, è quello che si pensa rileggendo Saramago, in Cecità, in cui tutti gli abitanti di un luogo senza dove si ritrovano improvvisamente ciechi un po’ come noi. 
Si immagini il panico, anzi non è necessario immaginarlo perché è palpabile intorno a noi, è lo stesso panico che ci attanaglia, che ci prende l’anima. Saramago, rende con grande efficacia il terrore vissuto dalle anonime comparse che compongono la storia.

La prima vittima dell’inspiegabile epidemia è un vecchio, al volante, ad aspettare che il semaforo cambi colore per proseguire lungo la strada, e: «finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. […] alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello. Sono cieco».

Uno ad uno, spietatamente, gli abitanti della città, sono trascinati dalla cecità improvvisa, e si ritrovano in un mare di latte a bloccargli la strada. Sì, perché non buio nero, scuro e imperscrutabile cala sugli occhi delle vittime, ma un abbagliante chiarore «talmente luminoso, talmente totale da divorare più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli stessi esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili».

Il Governo improvvisa drastiche soluzioni per tentare di arginare la presunta epidemia di cecità che lentamente si espande, l’unica via di scampo è quella di internare in un manicomio abbandonato i poveri ciechi, sorvegliandoli come carcerati, come bestie nel recinto, e aspettare che miracolosamente si trovi un rimedio al “mal bianco” oppure, che i reclusi si scannino l’un l’altro, risolvendo da sé il dramma.

Ma forse, prima di essere un romanzo, Cecità, è una riflessione sui problemi etici dell’uomo, primo tra tutti il problema del male. L’indifferenza, l’egoismo, la malvagità che Saramago ritrae diventano concreti e veri nella loro forza proprio quando la vista non può scovarle, e ruggiscono, come un leone tenuto addormentato nel fondo degli uomini. Homo homini lupus diceva il filosofo Hobbes… A conferma di ciò sono le primissime pagine del romanzo: lo sventurato rimasto cieco aspettando il semaforo, viene riaccompagnato a casa da un soccorritore che si mostra benintenzionato, ma gli ruba la macchina alla fine. Tuttavia la vera cattiveria, la vera malvagità, si mostrerà solamente fra le mura del manicomio, quando nei ciechi, annebbiati nella vista, saranno gli istinti a prevalere.

Saramago, «romanziere come metafisico» (per usare un’espressione di Iris Murdoch), lascia nelle pagine di Cecità, la risposta alla domanda sulla natura del male, giacché dove l’uomo è in grado di approfittare a danno dell’altro, ecco che approfitta. Il romanzo, è innegabile, trabocca di pessimismo nonostante i momenti di luminosità che si rivelano nelle rare situazioni di solidarietà reciproca. Platone scrive che la vista della mente si fa più acuta quando quella degli occhi comincia a declinare. Quello che la mente vede è la strada più breve per sottomettere l’altro confondendo bene e male.

Ed è proprio parlando di Bene, che voglio ricordare l’assioma di Cyrulnik, psichiatra francese di 82 anni, che venne lasciato in affidamento dai genitori ebrei che andarono a morire nei lager. Si salvò da un rastrellamento in sinagoga nascondendosi in bagno. Venne cresciuto da una donna misericordiosa sotto falso nome. Se alla fine della guerra, seppellendo il dolore, quel ragazzino pensò: “E adesso andiamo a reinventarci la vita” forse è una voce da seguire. Ecco quello che ha fatto quest’uomo: ha superato un trauma indelebile nella sua vita utilizzando il bene che lo circondava, pensando che la rottura non è mai definita ma apre la strada alla creatività, il disordine è il momento precedente alla fertilità del pensiero. La catastrofe è foriera dell’evoluzione, non dobbiamo però pensare al medesimo ordine precedente la catastrofe, perché questo non potrà più esserci, ma come dice l’assioma di Cyrulnik, uno nuovo, diverso e forse non meno ricco del precedente, una nuova sintesi che nasce da una “coscienza infelice” hegeliana. È sempre lui, Cyrulnik, che coniuga il termine resilienza, un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e persino a raggiungere mete importanti. Ed è grazie alla resilienza che l’uomo nelle guerre produce solidarietà, fabbricando eroi; i nostri sono oggi i medici, gli infermieri, i ricercatori, ma anche gli operatori ecologici, gli operatori dei supermarket, autotrasportatori…  uomini e donne comuni che varcano ogni giorno la porta della loro casa, lasciando le loro famiglie per prendersi cura di noi… uomini e donne sconosciuti… spinti dal senso di civiltà, di abnegazione e di sacrificio.

E’ anche vero che la storia insegna: nelle guerre possono essere stati sconfitti gli eserciti, ma poi ha vinto la resistenza, ha vinto il bene, ha vinto anche e soprattutto chi è stato torturato, chi ha sacrificato la sua vita per gli altri, tutti insieme contro un nemico comune.

Oggi dovremmo essere uniti contro un male comune, invisibile, tutti i paesi dell’UE invitati dalla presidente Ursula von der Leyen a «fare la cosa giusta insieme: con un unico cuore grande, piuttosto che con 27 piccoli». Eppure, nei giorni scorsi quando imperversava l’emergenza coronavirus l’Europa guardava all’Italia con paura e così i primi a raccogliere la richiesta di aiuto sono stati i russi, i cinesi e i cubani.

E mentre il virus distrugge ogni confine, la Commissione Europea ha pubblicato un documento per dimostrare che, sia pure in ritardo sta tendendo la sua mano.  E probabilmente, ed è quello che ci auguriamo, verrà il momento in cui sarà l’Italia a tendere la sua.
La Francia ha donato all’Italia un milione di mascherine e ventimila camici protettivi, la Germania un milione di mascherine e trecento respiratori. Mentre diversi Länder tedeschi (Sassonia, Brandeburgo, Baviera, Assia, Nordreno-Westfalia e Bassa Sassonia, oltre alla città di Berlino) hanno accolto attraverso voli militari pazienti gravi dall’Italia (il ministero degli Esteri tedesco ne conferma settantatré, in terapia intensiva) e dalla Francia. Aiuti reciproci incrociati (posti in ospedale e forniture di materiale protettivo) vengono scambiati tra il Sud Tirolo e il Tirolo austriaco. «La solidarietà non si ferma alle porte della città – diceva nei giorni scorsi Michael Müller, sindaco di Berlino – vogliamo dare aiuto accettando pazienti dall’Italia».
L’esempio più bello di solidarietà viene dal premier Edi Rama che ha ricordato che l’Albania non è un Paese ricco, ma non è privo di memoria, salutava così i trenta medici in partenza per l’Italia, e ricordava gli albanesi curati negli ospedali italiani, dicendo: “Non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà”. «L’Unione Europea – scrive Tara Varma   dell’European Council on Foreign Relations – ci ha messo un po’ a reagire al coronavirus in modo adeguato. Ora ha iniziato a farlo, dimostrando che può agire di fronte all’aspettativa di una risposta alla crisi. La sovranità e il potere della UE non si scontrano con quella degli Stati membri, al contrario, la integrano e la rafforzano. Questa è una crisi in cui gli europei hanno la responsabilità di dimostrare umanità, solidarietà ed efficienza: per difendere quello che siamo». E l’unica strada possibile da percorrere è proprio questa. Infatti come diceva John Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto, la morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”».

 

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