La nostra casa è in fiamme (e la politica è debole): ne parliamo con Leandro Janni

«A Greta sono stati diagnosticati dei disturbi, ma questo non significa che lei non abbia ragione e che tutti noi non ci sbagliamo.

Perché per quanto ci abbia provato, non riusciva a trovare una soluzione a quell’equazione che tutti gli altri avevano già risolto: l’equazione che era il biglietto d’ingresso a una quotidianità funzionante.

Perché lei ha visto quello che noi non volevamo vedere.

Greta faceva parte di quella minoranza che riusciva a vedere l’anidride carbonica a occhio nudo. Ha visto i gas serra che uscivano dai nostri comignoli, venivano portati via dal vento e trasformavano l’atmosfera in una gigantesca discarica invisibile.

Era una bambina, noi eravamo gli imperatori.

Ed eravamo tutti nudi».

 

Sono parole tratte dal libro della famiglia Thunberg, scritto a quattro mani da Greta, sua madre, suo padre e sua sorella, Beata. Pubblicato in Italia da Mondadori nel 2019, “La nostra casa è in fiamme” è un libro sull’ambiente in assoluto, non solo sul cambiamento climatico o contro le emissioni. Un ambiente fatto anche di relazioni umane rese tossiche dai pregiudizi contro chi viene considerato diverso. Un ambiente usato per ottenere il massimo profitto e che sta diventando sempre più pericoloso a causa dell’uomo. Certo, l’aspetto dell’inquinamento ambientale rimane visibile, predominante sul resto. Scrive Greta «non voglio la vostra speranza. Non voglio che siate ottimisti. Voglio che siate in preda al panico. Voglio che proviate la paura che io provo ogni giorno. (…) Voglio che agiate come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è».

Leandro Janni

Perché le associazioni ambientaliste non sono riuscite a lanciare un messaggio incisivo come questo intorno all’emergenza ambientale? Perché c’è voluto lo sciopero scolastico di una ragazzina svedese a focalizzare l’attenzione del mondo sul cambiamento climatico? Risponde il presidente regionale di “Italia Nostra”, Leandro Janni.

«Che dire? Probabilmente “la questione ambientale” è stata strumentalizzata da diverse forze politiche, in tal modo perdendo di efficacia, di incisività. Probabilmente le associazioni ambientaliste dovrebbero essere più coese, agire in modo più unitario. Però, è improprio affermare che «le associazioni ambientaliste non sono riuscite a lanciare un messaggio incisivo come questo attorno all’emergenza ambientale». Ricordo l’impegno, le azioni del Wwf, di Greenpeace, di Legambiente, della Lipu e ovviamente di Italia Nostra. Così come mi piace ricordare la bellissima e partecipata manifestazione che ha avuto luogo venerdì 24 maggio di quest’anno, a Caltanissetta, in occasione della Seconda giornata mondiale dedicata al cambiamento climatico dal movimento di Greta Thunberg. E comunque, i cambiamenti strutturali sono processi lunghi e complessi.

I profeti sono imprevedibili e sono capaci di cogliere ed esprimere con straordinaria efficacia un bisogno, un’istanza collettiva. Di certo la piccola, grande Greta ha saputo “sedurre” il sistema globale dei mass media. Però, devo aggiungere: quando penso a Greta Thunberg non riesco a considerarla una “ambientalista”. Questo termine è assolutamente fuorviante: lascia intendere che l’ambiente, l’ecologia possano essere temi, questioni che riguardano una parte dei cittadini. Non è affatto così: l’ambiente, l’ecologia riguardano tutti. L’ecologia non è una corrente di pensiero, ma la consapevolezza e la responsabilità delle nostre scelte, delle nostre azioni. Ecco: la piccola grande Greta ha fatto luce su questo equivoco, con nettezza, senza ambiguità e compromessi, conducendoci fuori dal piccolo cortile nel quale pensiamo di abitare, vivere. Facendoci vedere il pericolo, il baratro che abbiamo spalancato davanti a noi. C’è chi intende questa luce come un fastidioso rimprovero: essa è, invece, un’esortazione a scegliere, a cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Un’esortazione, un invito ad abitare, consapevolmente, amorevolmente, il pianeta Terra.

Quando nasce l’emergenza ambientale nella nostra provincia e oggi quali sono i problemi più urgenti che dobbiamo affrontare?

«La nostra provincia ha diverse emergenze ambientali: prima di tutto l’incombente processo di “desertificazione”, che riguarda l’intero territorio. Sappiamo tutti che i boschi siciliani, a partire dal VII secolo avanti Cristo, prima con i Greci, successivamente con i Romani, soprattutto nella parte centro-meridionale, sono stati di fatto cancellati per poter realizzare vaste coltivazioni di grano. Oggi, l’abbandono delle campagne, le monoculture, le serre, incontrollati processi di urbanizzazione, il cambiamento climatico in atto aggravano inesorabilmente questo processo. Nella zona sud della provincia non posso non evidenziare la difficile bonifica e la riconversione del polo petrolchimico di Gela: un mega impianto industriale, sorto nei primi anni Sessanta, che ha devastato un territorio bellissimo, a vocazione agricola e con grandi potenzialità turistiche. Oggi, il processo di bonifica e di riconversione in chiave “green” del territorio gelese procedono molto lentamente, troppo lentamente, tra ambiguità e contraddizioni. Una questione rilevantissima che, a parere di chi scrive, non gode della dovuta attenzione da parte delle forze politiche e delle istituzioni. Nella zona nord della provincia, inoltre, riscontriamo un numero allarmante di malattie tumorali. Non pochi attribuiscono tale fenomeno alle scorie radioattive che sarebbero state stoccate – scriteriatamente, illegalmente – nelle ex miniere di zolfo e di sale e nelle cave abbandonate. Abbiamo presentato diversi esposti alle Procure della Repubblica competenti ma ad oggi non siamo riusciti a conoscere la realtà dei fatti, lo stato delle cose. Proprio in questi giorni un gruppo di giovani del Vallone sta eseguendo dei rilevamenti tecnici (con rilevatori Geiger) per verificare i livelli di radioattività nei pressi di tali miniere e cave. Tra qualche giorno, il 13 settembre, è previsto un incontro pubblico a Serradifalco, proprio su questo tema. Chi scrive è stato invitato quale relatore. Di certo, nell’intero territorio provinciale, rilevante è la presenza dell’amianto. E non dimentichiamo l’inquinamento elettromagnetico. Il cibo poco sano».

Quali le possibili soluzioni?

«Da noi debole, debolissima è la politica. Assai mediocre la capacità di controllo del territorio. Scarsa la capacità di programmare e progettare, di gestire la complessità. Di offrire risposte efficaci ed efficienti al territorio. La nostra classe politica, la nostra classe dirigente appaiono inadeguate. Spesso ambigue, paramafiose. Se non addirittura colluse con la mafia. Ecco: la nostra terra, pur avendo risorse umane e ambientali straordinarie non riesce ad uscire dalla “crisi”. “Ecologia” deriva dal greco òikos e significa “casa”, “dimora”, ma anche da logos, “parola”, “discorso”. Ma significa anche “rapporto”, “relazione”. Dunque, la parola ecologia si mostra in prospettiva e rivela una visione che va ben oltre i limiti del nostro cortile domestico: la gestione corretta, sostenibile, delle risorse e delle relazioni nell’ambito dei propri spazi, dell’ambiente. Quegli spazi che coincidono con l’intero pianeta Terra: casa, dimora di tutti gli esseri umani. Una visione, questa, che non può che essere complessiva, plurale e inclusiva».

 

 

 

 

 

 

 

 

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