La salute mentale ai tempi del Covid. Intervista allo psichiatra Pasquale Guzzo

Pasquale Guzzo (foto tratta da Facebook)

Per la Giornata mondiale dedicata alla Salute mentale abbiamo chiesto a Pasquale Guzzo di fare il punto sullo stato della salute mentale in tempi di emergenza sanitaria. Già direttore del Modulo dipartimentale di Salute mentale di Caltanissetta, il dottore Guzzo attualmente si occupa di pazienti con malattia mentale ospiti in comunità terapeutica. 

Possiamo fare il punto sullo stato della salute mentale in tempi di Covid-19? Quali sono i disturbi che più possono essere associati al clima di incertezza che si respira in questo periodo? 

 «Credo che i disturbi conseguenti a questa epidemia di Covid-19 possono essere distinti in:

Disturbi conseguenti al periodo di lockdown

La costrizione tra le pareti domestiche di gruppi familiari genera solitamente un inasprimento delle situazioni di crisi coniugali o nel rapporto genitori/figli. A causa della crisi economica molte famiglie monoreddito e persone con lavoro precario (assistenti familiari, braccianti agricoli, lavoratori dell’edilizia, ecc.) hanno perso l’unica fonte di guadagno. Tale situazione ha comportato l’acuirsi di difficoltà di rapporti preesistenti all’interno delle famiglie e provocato allontanamento nei rapporti insanabili. L’interruzione momentanea o la perdita del lavoro sono fattori di rischio per ansia, depressione e autolesionismo e la quarantena può portare a irritabilità e insonnia.

Disturbi conseguenti al prolungamento delle misure di prevenzione come uso di mascherine, distanziamento ecc.

L’epidemia, che dura ormai da più di 9 mesi senza l’orizzonte di un termine, provoca nelle persone uno stato di continuo disagio che si esprime in paura immotivata con comportamenti di esagerate misure di prevenzione, tipo inadeguato uso della mascherina, isolamento sociale e clausura domiciliare esasperata ecc. oppure al contrario, in espressioni di negazionismo con comportamenti sociali troppo disinvolti e rischiosi per l’incolumità propria e altrui. Conosco personalmente famiglie con bambini che sono rimaste isolate anche all’estero, per periodi anche di diversi mesi e che ne hanno risentito psicologicamente non solo per la durata dell’isolamento ma anche in seguito.

Per quanto riguarda le ripercussioni in pazienti già affetti da disturbi è evidente che l’isolamento, la distanza sociale, l’alterazione delle abitudini quotidiane e del ritmo lavorativo possono essere destabilizzanti. Come se non bastasse, il bombardamento mediatico non aiuta. La sovrabbondanza di informazioni false, inaccurate, contraddittorie tra loro, aumenta l’incertezza e la tensione.

Le sintomatologie più frequenti risultano essere sintomi da stress post traumatico, sintomi depressivi, ansia severa, insonnia e stress. Un altro aspetto importante come fattore di rischio è l’interruzione o il cambiamento del ritmo di lavoro (smart working). Anche chi lavora troppo è a rischio di stress o insonnia. La quarantena, per le persone attualmente affette da Covid è associata a sintomi da stress post traumatico e ansia».

Quali i rimedi?  

«Il rimedio risolutivo sarebbe ovviamente la fine dell’epidemia, ma questo rimedio non è ad oggi prevedibile, anzi sono abbastanza certe delle ondate successive di cui una è in atto. Le patologie conclamate, situazioni di ansia, depressione, stress o vere e proprie crisi psicotiche vanno curate dagli specialisti o dalle strutture del dipartimento di salute mentale. Questi presidi sono carenti di personale e risorse già da prima dell’epidemia e un sovraccarico ulteriore sarà difficilmente sopportabile. Per quanto riguarda l’organizzazione generale dei servizi sanitari è evidente che andrebbe rinforzata la rete delle strutture territoriali, medici di famiglia e ambulatori, come prima frontiera di prima diagnosi di intervento al fine di evitare il ricovero ospedaliero per i casi più lievi. Andrebbero inoltre riattivati, anche per un uso temporaneo, reparti ospedalieri per l’isolamento e la cura di malattie infettive, strutture che nel corso degli ultimi trent’anni sono stati chiuse o abbandonate».

Al racconto ufficiale dell’emergenza sanitaria se ne aggiungono altri, tutti basati sul negazionismo. A cosa si deve, secondo te, la diffusione di queste vulgate, del virus come “invenzione” per un controllo delle persone e del vaccino come dannosa speculazione più che rimedio efficace per evitare di contrarre il Covid? 

«Ciò che accomuna queste narrazioni è solitamente la fantasiosità della teoria, la scarsità di concretezza e di scientificità, la passione fanatica con cui viene vissuta ed espressa.

Escludendo coloro che hanno evidenti limiti delle capacità cognitive per patologia o scarsa scolarità, escludendo chi manifesta queste idee strumentalmente per interesse elettorale o populismo  ( che magari hanno qualche problema collegato al primo punto), queste persone ritengo siano affette dalla  cosiddetta “sindrome di danno subìto”, a causa di un danno subito da piccoli, restano più vulnerabili e  sviluppano una forma di pensiero che diventa costante e pervasiva, l’idea del complotto».

Durante l’emergenza sanitaria si sono verificati fenomeni curiosi come la scomparsa di farine e lievito dai supermercati perché tante persone si sono messe a fare il pane in casa. Secondo te, fare il pane era una necessità materiale o più psicologica, visto che comunque panifici e supermercati hanno continuato a funzionare? Nel secondo caso, quali sono le esigenze che spingono le persone a questo e quali benefici ricavano?   

«Conosco personalmente parecchie persone che hanno comprato fornetti e hanno fatto scorte di alimenti come farina, olio, conserve ecc. Molti di loro si sono abbastanza presto accorti dell’assurdità di queste spese e hanno messo da parte i fornetti, i lieviti e i vari accessori di sopravvivenza. Queste condotte dipendono sempre dallo stato di allarme e paura conseguente all’improvviso scatenarsi della pandemia e all’informazione confusa e spesso distorta diffusa dai media nel primo periodo».

Si può supporre che l’emergenza sanitaria attuale avrà ripercussioni di una certa entità sulla salute e sul benessere mentale, a breve e a lungo termine. Quali? Di quale portata? È importante valutarlo per poter intervenire in modo preventivo, precoce ed efficace, senza far passare sotto silenzio, come spesso accade, tutti i problemi inerenti alla sfera psicologica?

«Questa epidemia avrà ripercussioni a lungo termine che riguardano tutto il corpo sociale. Sta costringendo la gente a ritornare su temi in passato trascurati come l’ambiente, la ricerca scientifica finalizzata al miglioramento della qualità di vita, il vivere in comunità. L’abbuffata dei facili viaggi all’estero (certo non per tutti), di adunanze affollate dello sport, dei concerti, degli aperitivi, l’abitudine ai selfie, sta necessariamente passando di moda. Il distanziamento sociale, l’uso della mascherina, l’attenzione ai contatti umani, la maggiore cura dell’igiene, tutte misure a cui questo flagello ci costringe e costringerà ancora a lungo, provocheranno necessariamente un mutamento delle abitudini sociali e una nuova maniera di pensare le relazioni. Sta ritornando al centro l’importanza delle persone, il rispetto per la loro salute, il rispetto per l’ambiente. La politica sarà costretta a occuparsi di questi temi, di questi valori vecchi e ritornati nuovi. L’allontanamento sociale potrà paradossalmente favorire un ritorno ai principi essenziali per la nostra esistenza. Ad oggi non conosciamo ancora tutta la portata della crisi nel sistema economico, quante imprese chiuderanno, quanti disoccupati, come muterà il mercato del lavoro. Sono sicuro che tutto questo, se volgerà al peggio, si scaricherà soprattutto sulle fasce più fragili della popolazione, cioè i disabili, i pazienti con patologie mentali, i meno abbienti».

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