Le politiche dal basso a Caltanissetta: l’intervento di Marina Castiglione all’incontro sulla Partecipazione

Marina Castiglione

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento della segretaria di piùCittà Marina Castiglione all’incontro cittadino che si è svolto il 13 ottobre per presentare il Regolamento sulla partecipazione civica portato all’approvazione nel luglio 2020 dal Consiglio Comunale. L’intervento è giunto in redazione con una nota firmata dal presidente di piùCittà Piero Cavaleri.

Il Pasticciere Trotzkista si riserverà in seguito di approfondire il tema del civismo, tra potenzialità e limiti. Al momento, però, il dibattito sul Regolamento della partecipazione civica, ormai da giorni agli onori delle cronache, merita i dovuti approfondimenti. L’intervento di Marina Castiglione è il seguente:

«Dal dualismo oppositivo a una visione realmente democratica e anticlientelare: le resistenze rispetto all’applicazione regolamentata di politiche democratiche che prevedano organismi intermedi e civici di rappresentanza sono state e sono molte. Il timore di interferenze, di conflittualità, di fagocitazioni di ruoli impropri è un deterrente a costruire insieme ai cittadini delle politiche miranti al bene comune. Bloccare il processo sociale di una educazione alla cittadinanza che passi per il coinvolgimento, l’informazione, il confronto, alla fine genera la solitudine del politico e l’indifferenza del cittadino. Non è di oggi il dualismo che vede da un lato i governanti che si fanno forti dei numeri (e poi si chiedono stupiti perché i cittadini non riconoscano le fatiche dell’amministrare) e dall’altro i cittadini che non si informano e vanno alla ricerca quinquennale dell’eroe di turno (salvo odiarlo dopo pochi mesi). La sintesi accomodante che soltanto in apparenza rende felici tutti è la clientela: il singolo cittadino che chiede al singolo politico per il singolo interesse. Il terreno di coltura di ogni populismo e accentramento alberga qui.

Il paradosso dello slogan: in questi ultimi due mandati abbiamo assistito alla vittoria di movimenti che hanno proclamato l’importanza del civismo e la centralità del cittadino. Se non che proclamare un valore astratto è nulla (quando non è persino nocivo) se non si applica un binomio di coerenza con i comportamenti effettivi. E in politica i comportamenti sono atti, procedure, consequenzialità, monitoraggio dei processi. Ma, quanti paladini dell’onestà abbiamo riconosciuto giudiziariamente non essere onesti? Quanti paladini della legalità abbiamo riconosciuto praticare metodi illegali? Quanti paladini del bene comune abbiamo riconosciuto rispondere ad interessi personali o di consorterie? E quanto più forte è stato il proclama dello slogan, tanto più rapida e rumorosa è stata la caduta dal trono. Focalizzandoci sulla situazione nissena, le associazioni nissene – in gran parte non coinvolte attivamente in questo anno e mezzo di amministrazione – hanno atteso per ben tre mesi, dopo l’avvenuto CC, per richiedere un evento di illustrazione ai cittadini del Regolamento, Caltanissetta, 17 ottobre 2020 avendo rispetto di chi l’aveva proposto e votato. Non è stato certo il COVID a inibirne la presentazione, perché numerosi sono stati gli appuntamenti pubblici svoltisi in estate. Ma, evidentemente, superata una fase burocratica, non si è dato il giusto valore politico di cambiamento a questo atto. Bisogna, quindi proclamare meno e crederci di più. Gentile concessione di cosa? Caltanissetta non è Marte e “partecipazione democratica” non è un obiettivo di cultura politica appannaggio di un colore o di una forza amministrativa: nessuno, dunque, sta concedendo diritti che non siano già sanciti costituzionalmente. “Non può esservi democrazia senza la partecipazione della società civile” è un principio affermato a livello europeo sin dal 1957, cioè dall’istituzione del Comitato economico e sociale europeo (CESE) con i trattati di Roma. L’accorpamento, rivisto e corretto, in un unico documento di diritti riconosciuti è utile in quanto regolamenta ciò che potrebbe essere ricondotto a sterile assemblearismo o a rapporti individuali. Non crediamo che questo Regolamento o quello presentato dalla precedente amministrazione Ruvolo siano la panacea, l’atto rivoluzionario che sovverte il modo di fare politica. Infatti, onde evitare primogeniture e investimenti di eccellenza, occorre dire che tutto ciò che è presente nel regolamento era già vigente in virtù di disposizioni amministrative interne o esterne. Molti istituti di partecipazione sono previsti dallo Statuto comunale (dagli articoli 54 al 61 si parla, infatti, di albo delle associazioni, diritto di udienza, petizioni popolari, ecc.); il Regolamento del Consiglio Comunale dei ragazzi è stato approvato nel 2004; il Regolamento delle Consulte Comunali è stato approvato con Deliberazione di C.C. n. 91 del 17/12/2013; il bilancio partecipativo è una norma di Legge regionale del 2014. La novità sarebbe applicare il Regolamento, con alcune revisioni a nostro parere, non averlo votato. Ma i processi socio-politici sono lunghi, tortuosi e a volte hanno il passo del gambero. Soprattutto si devono fondare sulla fiducia che la cittadinanza sia matura o venga gradualmente condotta ad una maggiore conoscenza e consapevolezza delle regole del confronto e del dibattito per il bene comune.

Per educare alla partecipazione il modello deve essere credibile e non cercare alibi. Se ci si limita ad approvare un regolamento senza redigerlo insieme, senza comunicarlo, senza illustrarlo, esso non funzionerà. Il suo non funzionamento costituirà un comodo alibi per gli amministratori e per gli scoraggiatori seriali, ossia quelli che sostengono che la città non è pronta, è disinteressata, è inerte. Se in questi anni ci sono state consulte non consultate e non hanno prodotto qualità complessiva, bisogna chiedersi il perché. E se solo alcune sono riuscite a lavorare e ad esprimere un valore, il merito è dell’urgenza delle loro motivazioni (pensiamo alla Consulta della disabilità). Il demerito, invece, resta a chi non sa saputo trasmettere le potenzialità e la bellezza del processo, a chi non ci ha creduto fino in fondo, a chi ha pensato che andassero bene soltanto come sacche potenziali di consenso, a chi, viceversa, non ha costruito momenti di formazione reciproca.

Lo strumento non è il metodo. A scuola esistono i programmi come nella sanità esistono i protocolli. Eppure non tutti escono preparati dalla scuola né chi entra in ospedale ha garanzie assolute di uscirne vivo. Lo strumento è qualcosa di materiale, ma trova un’anima nelle persone che lo usano. E ogni metodo ha passaggi sperimentali, fallimenti, retromarce. Tutto ciò che viene Caltanissetta, 17 ottobre 2020 comunicato bene e esperito attraverso la concretezza e la documentazione dei passaggi, se pur non approda al risultato sperato, almeno è vivo. Qualche evento sparuto non è partecipazione come la ripetizione mnemonica di una pagina di storia non è cultura. Il cittadino nelle sue forme associate, all’interno di un processo sociale partecipativo, non è platea plaudente, ma soggetto portatore di competenze, esigenze, capacità, speranze. La partecipazione è differente rispetto alle forme spontanee di intervento, ovvero rispetto alle pratiche di autogestione da parte di forze sociali, perché la sua caratteristica è quella di essere regolata e di interagire organicamente con le Istituzioni rispetto alle quali vi è un riconoscimento reciproco. Non c’è dubbio sulla rilevanza del fine di accrescimento della dignità, capacità e responsabilità dei soggetti umani, presente del resto alla base di molte esperienze che pongono la capacitazione (empowerment) delle persone e dei gruppi umani che articolano le nostre società come un traguardo non meno che come un mezzo della democrazia partecipativa.

Un regolamento con il convitato di pietra. Tutto ciò che troviamo all’interno del Regolamento era dunque già normato, in qualche modo obbligato, tranne i comitati di quartiere e quanto contenuto nel Capo V (“Cura e rigenerazione dei beni urbani”). Ma un elemento è rimasto fuori ed è il convitato di pietra, ossia il bilancio partecipativo connesso al bilancio sociale. Vero cuore non più palpitante di cui resta traccia in un refuso a pag. 4 del Regolamento, laddove si parla di Bilancio partecipato e partecipativo. Chi ha redatto il Regolamento ha fatto un’operazione di taglia e incolla con materiali precedentemente approntati, ritenendo che si trattasse di un sinonimo. Ma così non è. Ed è qui che la sfida diventa innovativa: quando una città si trasforma da una infermeria degli scontenti, ad una comunità responsabile. Ed è, crediamo, proprio qui che si arrestano tutte le amministrazioni, anche quelle che proclamano “partecipazione, partecipazione”. Il bilancio partecipativo (che non va confuso con il bilancio partecipato a cui è destinato il 2% delle somme trasferite dalla Regione) è uno strumento per promuovere la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche locali, e in particolare, al bilancio preventivo dell’ente cioè alla previsione di spesa e agli investimenti pianificati dall’amministrazione. Il primo caso italiano di bilancio partecipativo, quello di Grottammare, inizia nel 1994. Il bilancio partecipativo, tolta la spesa corrente, può riguardare la pianificazione di qualunque ambito amministrativo, ma la sua realizzazione è un obiettivo che molti enti non si pongono di raggiungere perché limita l’autonomia politica. Il bilancio partecipativo può essere inteso come uno strumento propedeutico e di supporto alla redazione e predisposizione del bilancio preventivo la cui approvazione è specifica competenza dei Consiglieri comunali, e rappresenta inoltre uno strumento di ascolto, relazione e comunicazione, perché permette ai cittadini di presentare le loro necessità ed esporre le problematiche locali, di valutare le spese previste nel bilancio e l’operato dell’ente, di indirizzare le scelte dell’amministrazione sugli interventi pubblici da realizzare o i servizi da implementare o migliorare. I cittadini associati e non, con questo strumento, possono partecipare alla previsione di investimento, influenzare le scelte e priorità politiche e quindi “decidere” attivamente le politiche future, senza sentirsi estranei né sudditi e anzi rafforzando il proprio legame con i loro Caltanissetta, 17 ottobre 2020 rappresentanti democraticamente eletti e con i loro amministratori, dando forza ad una intelligenza collettiva che irrobustisce lo spirito di appartenenza.

Concludendo: il Regolamento, così come è stato portato all’approvazione e con questa prima fase “immemore”, in cui i soli cittadini hanno sentito l’esigenza di un confronto, rischia di essere non un vantaggio, ma una pietra tombale sulla città. Non è un attacco politico a questa amministrazione, perché su questo punto la precedente ha abdicato nel momento in cui non sono stati svergognati gli ostracismi consiliari che hanno portato prima al rallentamento della procedura, poi all’esitazione senza parere tecnico e, infine, quando le Consulte sono state lasciate senza una direttrice di lavoro e uno spazio, anche materiale, di lavoro comune. Dopo che cade un partito, un gruppo dirigente, un movimento, noi siamo e restiamo cittadini nisseni. Ma se anche stavolta si procederà soltanto a parole o pubblicizzando un assemblearismo o un rapporto individuale che è l’opposto di quanto sostanzia il Regolamento, resteremo pur sempre orfani irrimediabilmente di una possibilità che è stata riconosciuta sulla carta e impedita e uccisa di fatto. E non ci sarà un terzo tentativo perché nel frattempo quel poco di entusiasmo residuo sarà evaporato e i germi si saranno trasformati in vermi».

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