19 Giugno 2024
L'opinione

«Nenti, pupu di cantaranu è!» Riflessioni a margine della Festa dei Morti

«La morte è la curva della strada / morire è solo non essere visto» scriveva Fernando Pessoa, poeta e scrittore portoghese. E ogni anno i defunti tornano a essere “visti” nel ricordo che ne abbiamo, attraverso dolciumi e giocattoli per i più piccini e visite al cimitero per i grandi. Così la Sicilia commemora la Festa dei Morti, una ricorrenza celebrata in diverse parti del mondo. In Messico, ad esempio, nel dìa de los muertos teschi zuccherati dai colori variopinti ricordano vagamente i nostri pupi di zucchero. Nel 2017 è stato “Coco”, film d’animazione Disney di Lee Unkrich, a mostrare questa festività d’origine azteca al pubblico delle sale cinematografiche.

«In Sicilia questa giornata è una ricorrenza molto sentita, che mescola culto cristiano e tradizioni pagane celebrando i defunti con gioia nel loro atteso “ritorno a casa”» sottolinea la professoressa di Letteratura italiana Sonia Zaccaria, a proposito della Festa dei Morti. «Il culto dei morti nella cultura siciliana ha un valore quasi sacro: onorare la memoria dei morti è necessario affinché il ciclo della vita prosegua ininterrotto. Nei tempi antichi questa festa era una ricorrenza sentita anche nella tradizione agreste, poiché coincideva con il momento della semina e i contadini facevano scorta di provviste per affrontare i lunghi mesi invernali. Ai bimbi siciliani, figli di agricoltori, in occasione di questa ricorrenza, venivano portati dei doni che i genitori deponevano la notte “sulla punta delle loro scarpe”. Verga racconta questa atmosfera festosa intrecciandola con una trama più cupa che approda infine a un necessario significato morale: le protagoniste sono infatti anime che non hanno avuto diritto al conforto pietoso del ricordo».

In Sicilia, nella notte tra l’uno e il due novembre i defunti fanno visita ai bambini portando in dono giocattoli e specialità della pasticceria come ossa di morto, frutta di martorana e pupi di zucchero. Queste prelibatezze assumono nomi e sembianze diverse, a seconda della zona in cui vengono realizzate, per celebrare una ricorrenza molto sentita, che affonda le sue radici nel decimo secolo. Ma la festa ha antenati nell’antica Roma, come ha suggerito la scrittrice Anna Mosca Pilato nell’ambito del convegno dal titoloLu jornu di li morti”, organizzato dal Lions Club di Caltanissetta lo scorso 29 ottobre. Il mito e le tradizioni popolari sono infatti un tema distrettuale del club e il convegno spettacolo su Ognissanti ha aperto l’anno 2023 – 2024.

Fuori dalla sala conferenze di Sicilbanca (dove si è tenuto il convegno), la tradizione dei Morti e quella di Halloween (d’origine celtica) convivono anche a Caltanissetta. Di recente i Morti sono tornati alla ribalta grazie ad una serie di eventi sparsi in tutta la Sicilia e dedicati a una festa che, sotto il profilo dolciario, è tra le più suggestive dell’isola. Per citarne alcuni: la Notte di zucchero, quest’anno giunta alla nona edizione (Palermo) e Adelasia e i Pupi di Zucchero, Fiaba magica sulle origini di Caltanissetta, per la regia di Diletta Costanzo, che ha curato il testo originale dello spettacolo, di nuovo in scena al teatro Rosso di San Secondo. O ancora il laboratorio sulla frutta di martorana che si è svolto alla Saccara (quartiere storico di Caltanissetta) , che ben rappresenta lo sforzo dei comuni isolani per tutelare e valorizzare le tradizioni

El dìa de los muertos (foto di Francesca Piscopo)
Un momento del convegno organizzato dal Lions
Locandina di Adelasia e i Pupi di Zucchero

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Quanto potenziale possano avere le feste tradizionali per attrarre turismo, lo abbiamo chiesto a Irene Bonanno, guida ambientale escursionistica Aigae. «Le feste tradizionali sono degli appuntamenti stagionali che da sempre scandiscono lo scorrere del tempo di una comunità. Sono uno degli elementi essenziali, fondanti dell’identità di un luogo» spiega Irene. «Chi è alla ricerca dell’autenticità di un posto non può fare a meno di prendere in considerazione la festa patronale o le feste che caratterizzano in modo unico la nostra isola, il nostro entroterra. Chi sceglie di conoscere un luogo attraverso la tradizione, i suoi antichi saperi, i prodotti tipici, i dolci della festa è un turista che rallenta molto il tempo, si mette in ascolto del luogo e della comunità, si lascia coinvolgere dallo spirito che pervade la città, il paese in quei giorni. In un certo qual modo si prepara anche lui/lei alla festa».

I fenomeni migratori che attraversano la nostra città stimolano a chiedersi come le persone di nazionalità straniera, che ormai da anni sono parte di Caltanissetta, celebrino i propri cari. Si possono infatti riscoprire le tradizioni autoctone anche creando eventi che possano metterle in relazione con altre, perché in fondo un’identità è forte quando non teme l’alterità. E a proposito di pupi e identità nissena, ecco il ricordo di un signore che ha chiesto di rimanere anonimo. «Il cavaliere di zucchero era il regalo del fidanzato alla fidanzata ed era un cavaliere più grande di quello che si regalava ai bambini. Se poi il fidanzamento non andava avanti, la madre di lei, parlando del fidanzato, diceva che era un pupo di zucchero, “duciuliddru”, come a intendere stupidello. Un tempo le case non avevano molte stanze e nel salotto, spesso, c’era “u cantaranu” (il cassettone), dove si conservava anche il cavaliere. Così, sempre la mamma della fidanzata, se qualcuno le chiedeva del fidanzamento, senza sapere che si era interrotto, rispondeva «nenti, pupu di cantaranu».

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