19 Giugno 2024
Attori e comparse

Penelope di nuovo in scena il primo dicembre

Alle 20.30 dell’uno dicembre, il sipario del “Rosso di San Secondo” si alzerà su Penelope, spettacolo di danza creativa di Josephine Giadone, con testi di Diletta Costanzo. Trenta donne danzeranno questa figura della mitologia greca, simbolo per antonomasia di saggezza. Ma nello scenario odierno, caratterizzato anche da efferati episodi di violenza di genere, la nuova Penelope non può non impregnarsi delle storie personali di chi la fa rivivere e del clima dei nostri tempi. Così abbiamo chiesto alle autrici dello spettacolo di raccontarci com’è nata la loro Penelope e come sono cambiate le loro vite dopo averla riscritta e reinterpretata. È iniziata così una bella discussione sul ruolo della donna oggi e sulle potenzialità della danza e del teatro nella vita di ciascuna.
Josephine, l’avevo lasciata “ccu i pedi di fora” (si chiamava così la compagnia di danza popolare che aveva creato nel 2007). “La compagnia esiste ancora” dice “ma ho annullato la stagione estiva per motivi di salute”.
Dalla danza popolare alla danza creativa: perchè questo passaggio?
“Alla danza creativa sono arrivata dopo aver conosciuto tutte le danze di terapia. La danza creativa è una modalità di benessere fisico e mentale adatta a tutti: una totale libertà dentro alcuni schemi ben definiti. Si inizia da una parte del corpo per arrivare al tutto: è lo stimolo. Oggi, per esempio, abbiamo fatto lezione partendo dalla pelle. Le musiche si scelgono in base alle esigenze della danza”.
Chi è la vostra Penelope?
“Penelope è tutte noi e noi mettiamo in scena un percorso che va dalla nascita alla morte della donna. Ma la morte è una rinascita e la nostra Penelope ambisce a ricostruire la storia di sé stessa per trovare il proprio spazio nel mondo”.
La Penelope che conosciamo tesseva aspettando Ulisse. E la vostra cosa aspetta?
“La nostra Penelope aspetta di trovare una nuova dimensione, perché quella della donna è una dimensione incerta”.
Un anno di lavoro, per almeno due ore e mezza al giorno di prova: tanto ci è voluto per realizzare lo spettacolo. Alla domanda sul cosa può dirci Penelope oggi, risponde Diletta Costanzo, artista e presidente di Naponos, associazione che opera nel settore degli eventi culturali e della formazione teatrale.
“Penelope è una donna che ha la forza dell’umanità femminile. Le sue armi sono la pazienza, la costanza, l’adattamento e la creatività nell’adattamento. Essere adattiva significa essere mediatrice ed è una predisposizione che la donna ha in tutti luoghi, dalla famiglia al lavoro.
Penelope è l’eroina greca che vince con l’intelligenza, proprio per questo è una figura che andrebbe messa un po’ più a fuoco. Nell’Odissea l’eroe è un essere umano e il pubblico, in questo momento storico, ha bisogno di avere più umanità.
Avere consapevolezza del proprio corpo significa rinascere e in questa società ci vuole coscienza di sé. Un po’ come Penelope, che non accetta un uomo qualunque.
Oggi le donne hanno preso un po’ più di coscienza verso sé stesse e vogliono essere riconosciute nella loro umanità e questo l’uomo non sempre lo accetta”.
La corporeità delle danzatrici che metteranno in scena Penelope passa attraverso il costume che indosseranno, aspetto importante di cui si è occupata Tiziana Morreale, che lavora nel settore della moda e che fa parte del gruppo di danzatrici che animeranno lo spettacolo.
Cosa ha significato per te realizzare il costume che indosserai?
“Non siamo state noi a cercare gli abiti, gli abiti ci hanno cercato. Sono diventati per noi una seconda pelle. Anche nella scelta degli abiti é venuto fuori un lavoro interiore. Il vestito sembra essere uguale per tutti ma non lo è perché è stato personalizzato. Non ci dimentichiamo mai che l’abito, il costume, ti deve far sentire a tuo agio. I nostri sono abiti cuciti addosso. Siamo partiti da una idea, ma gli abiti cambiavano, si trasformavano. Ognuna ha scelto il colore che indossa”.
Tante, troppe parole, per raccontare uno spettacolo vissuto, agito, che ha comportato l’acquisizione di una nuova consapevolezza di sé. Qualcuna ha cambiato lavoro, qualcun’altra ha abbandonato relazioni tossiche. Qualcuna ha deciso di ricominciare da sé e dal proprio corpo, perché, come dice Josephine, “non c’è posto migliore dove abitare ed è proprio questo il più grande insegnamento della danza creativa”.

 

 

 

 

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