Perchè Agamben e le teorie sullo stato d’eccezione non convincono. Considerazioni dell’antropologa Melina Pignato

Immagine tratta dal web

In tempi di coronavirus e non solo, le tesi sullo stato d’eccezione non convincono. Riceviamo e pubblichiamo le considerazioni dell’antropologa Melina Pignato.

«Per deformazione professionale, davanti a un evento (sia esso di origine sociale o naturale) guardo anche alle narrazioni o agli usi ideologici che lo accompagnano: elaborazioni più o meno fondate, di segno diverso e di diversa portata, espresse dagli specialisti, dalle parti politiche, dai media, dai social, dalle chiacchiere quotidiane. L’epidemia da Covid-19, com’era prevedibile, è molto interessante dal punto di vista dello storytelling, dello sfruttamento ideologico, del “contagio delle idee” (come suonava il titolo di un libro scritto diversi anni fa dall’antropologo Dan Sperber) e in un futuro prossimo a questo proposito sul Covid-19 si faranno tesi di laurea, come è già avvenuto a suo tempo per l’Aids.

Esporre tutte le riflessioni sollecitate dall’epidemia (sciacallaggi politici – pandemia, globalizzazione e Antropocene – uso dei media – elaborazioni “folkloriche” – rimodulazione dei rapporti interpersonali – nuove attitudini prossemiche – opposizioni noi/loro, dove per “noi” e “loro” si sono susseguiti, alternati e perfino ribaltati significati in un brevissimo lasso di tempo…) richiederebbe davvero troppo spazio. Quindi ho scelto una questione, quella dello “stato di eccezione” suscitato da un’emergenza (in altri termini, la questione della restrizione dei diritti di movimento e assembramento a causa – o come preferisce qualcuno con la scusa – di un’emergenza); la nozione di stato di eccezione è strettamente imparentata con quella di “fobocrazia”, cioè la paura indotta da chi governa/il governo attraverso la paura.

Chiarisco subito che in linea di principio non respingo l’idea che le emergenze possano fornire l’occasione per svolte autoritarie e prove generali di regime e che la paura costituisca un potente strumento persuasivo. Quello che critico è il fatto di ignorare la questione cruciale della giustificazione anche parziale delle paure (la fobocrazia ha successo perché qualcosa di cui avere paura c’è realmente o lavora su coscienze altrimenti immuni?) … è la negazione dell’emergenza allo scopo di convalidare aprioristicamente la fondatezza del paradigma del “controllo sociale”. In questi giorni mi è capitato di trovarmi di fronte a espressioni più o meno consapevoli di queste logiche interpretative. Un buon esempio è costituito da un articolo breve ma perentorio pubblicato sul Manifesto da Giorgio Agamben lo scorso 26 febbraio e significativamente intitolato “Lo stato d’eccezione provocato da un’emergenza immotivata”.

L’epidemia non aveva ancora assunto l’attuale carattere pandemico e in Italia non presentava i tassi odierni, ma c’era già abbastanza materiale per giudicarla conclamata e non presunta e per considerare lo stato di allarme come assolutamente motivato.

Scrive Agamben: “Si direbbe che esaurito il terrorismo [brigatista? Islamico? n.d.r.] come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite.

L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale.

Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”.

Da questo passo (usato qui come puro esempio… i materiali abbondano…) possiamo ricavare una serie di elementi. Intanto che il paradigma del controllo sociale/fobocrazia viene applicato nel modo teoricamente più discutibile: negando l’esistenza stessa del fenomeno che avrebbe determinato paure e controllo. Il terrorismo, l’epidemia non ci sono (o non importa granchè che ci siano o meno perché il paradigma è bello così) … l’unica questione degna di riflessione è il controllo sociale da parte del Potere, Potere declinato al singolare e ovviamente con la P maiuscola proprio a causa dell’indeterminatezza che accompagna sempre tesi di questo tipo.

Il paradigma del controllo sociale di foucaultiana memoria è stato elaborato decenni fa, e si sente. Rimanda a un’epoca di scenari ancora esenti dalla moltiplicazione dei luoghi da cui emana il potere, da vasti processi di globalizzazione e da strategie di comunicazione “liquide” … in questo paradigma vecchio di una cinquantina d’anni non rientra, per esempio, il fatto che gli stati di panico possano essere indotti e diffusi anche orizzontalmente sui social. Un modello interpretativo del controllo sociale senza contestualizzazione e aggiustamenti temporali è improduttivo sul piano teorico ma anche su quello pratico, è semplicemente un dogma.

Queste considerazioni valgono non solo per il caso specifico del paradigma del controllo sociale/fobocrazia applicato al Covid-19, ma più in generale per tutti i paradigmi autoconvalidanti, per tutte le prospettive teoriche in cui la realtà (idee che si muovono “in basso”, allarmi giustificati, bisogni fondati di sicurezza, reazioni creative e costruttive alla paura: tutto quello insomma che non rientra nel paradigma) è mortificata, negata, sacrificata a un modello teorico. È un atteggiamento sterile perché esime dal misurarsi veramente con la varietà, complessità e imprevedibilità del reale, e perché in definitiva consente anche di lavarsene le mani, della realtà. Se il mondo è leggibile solo alla luce di un paradigma autoconvalidante, se un Potere non meglio definito pervade tutto in modo omogeneo, senza gradi, differenze e sfumature, senza intralci, critiche e ripulse, l’unica prospettiva adottabile è quella puramente contemplativa».

 

 

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