Sanità e istruzione: perchè occorre rivedere il nostro sistema. Considerazioni di Marina Castiglione

Marina Castiglione

Esiste un legame sottile che unisce istruzione e sanità, in Italia. Un legame che può essere individuato nel depauperamento delle risorse messe a disposizione di questi due settori cruciali per la vita e per la democrazia e nell’avvilimento di professionalità che, con sforzo immane, in questi giorni lo stiamo vedendo, cercano comunque di dare il meglio di sé. Marina Castiglione, ex assessora della giunta Ruvolo e docente di Linguistica italiana al Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Palermo, ci offre il suo punto di vista, iniziando le sue considerazioni con una citazione tratta da Lettera a una professoressa, il celebre manifesto di Don Milani e della scuola di Barbiana, che ha lasciato il segno nella cultura del nostro Paese. Questo, il commento della professoressa Castiglione: 

«Ma se si perde loro [i ragazzi che non volete], la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo?» (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa)

«Mai come oggi la similitudine milaniana che accosta scuola e ospedale ci dovrebbe sembrare stringente.

Un progressivo depauperamento delle risorse, l’avvilimento delle professionalità, una equiparazione sempre più chiaramente tendente ad avvantaggiare il privato, sono stati i criteri per tracciare la strada maestra delle riforme scolastiche e sanitarie italiane del secondo millennio.

L’abbassamento degli standard qualitativi e delle offerte sociali, quantificati secondo algoritmi che leggono gli effetti, ma non le cause, è il motivo per cui il cittadino è spinto a scegliere sempre più spesso assistenze scolastiche e sanitarie non statali.

Nel momento del bisogno, oggi per intenderci, si evidenzia ciò che avevamo ignorato o sottovalutato: i posti letto sono del tutto insufficienti per far fronte ad una situazione di emergenza, le scuole non sono attrezzate, né sono state formate per attivare calendari di lezioni online o sfruttare metodi alternativi. Il rischio è che quel sistema, appositamente e costantemente messo in difficoltà da ogni classe politica che si è succeduta negli ultimi decenni, non ce la faccia a curare i “malati”, siano essi i positivi al coronavirus o gli studenti provenienti da situazioni economico-sociali impossibilitate ad avere a casa tante postazioni di studio per quanti sono i figli e, soprattutto, a seguire le attività delle diverse discipline.

In assenza di medici, si richiamano in servizio i dottori in quiescenza, si arruolano in corsia i non abilitati, si richiedono aiuti alle altre Nazioni. Eppure, dopo quest’allerta, occorrerà rivedere le motivazioni e le modalità di immatricolazione a Medicina e Chirurgia che hanno castrato tante speranze di ragazzi che covavano la passione per questi studi, ma che per uno zero virgola vi hanno dovuto rinunciare. Occorrerà rivedere la politica del taglio ai posti letto e della concentrazione delle risorse. Occorrerà valutare quanto le nomine politiche siano state efficaci ed efficienti. Occorrerà responsabilmente rimuovere le cause che spingono moltissimi malati del Sud a percorrere la strada della migrazione sanitaria.

E poi c’è la scuola, c’è l’università. Il più importante sistema di formazione, accanto alle famiglie. In assenza di linee internet perfettamente fruibili, di competenze informatiche (che ancora oggi si limitano all’uso dei social e poco più) molti docenti si sono attrezzati con chat, gruppi di studio, video conferenze da guardare in differita, insomma ogni possibile strumento che consenta loro di avere un contatto, di far arrivare un consiglio o un conforto, di seguire in qualche modo un programma di studio. Ma non di solo programma si tratta, in questi giorni. Si cercano letture e fonti che consentano di ricondurre questo momento a tanti altri momenti di difficoltà verificatisi nel corso della storia. Si fa toccare con mano che “globalizzazione” non è soltanto un argomento per un esame di maturità, ma è un fatto concreto che ci lega dalla Cina alla Bolivia, da Caltanissetta a Madrid. Si cerca di svolgere il proprio ruolo educativo tout-court, magari tra una risata e una pausa caffè. La classe docente, spesso bistrattata, è lì e risponde. Nessuno di mia conoscenza ha interrotto le lezioni, sia pur in queste formule inedite, sol perché “non è previsto dal contratto”. I problemi maggiori sono con i più piccoli: coinvolgere attraverso uno schermo è assai complesso in una fase in cui si apprende attraverso la socializzazione, il ricorso a routine, il contatto emotivo. Occorrerà, anche in questo ambito, rivedere tanti dimensionamenti illogici, tutti giustificati dalla nota formula: «Non ci sono risorse». Occorrerà fare in modo che vengano garantiti spazi sicuri, tempo prolungato e mense. Occorrerà che la formazione dei docenti non sia soltanto una “raccolta punti” per riempire moduli sempre più burocratici e svuotati di senso. Occorrerà garantire strumenti di lavoro, compresi i tablet forniti in comodato, a chi non può permetterseli e “resta indietro”, “malato” in entrata e in uscita.

E proprio in queste ultime ore, un ulteriore abbraccio lega le due realtà.

Coordinamenti scolatici e DS chiedono che gli 85 milioni di euro destinati alle scuole, in base al Decreto Legge del 17 marzo, per sostenere la didattica a distanza, vengano assegnati alla Sanità statale pubblica, impegnata nel salvare vite e bloccare il contagio, pronta a fornire cure non in modalità online.

Perché di questo è fatta la Nazione che forse rinascerà da domani: di solidarietà tra le parti sociali, di una nuova visione collettiva che non guarda soltanto ai mercati e alle lobbie, di ricucire ciò che è stato fatto a pezzi, di fondamenta comuni, di istruzione e salute di qualità per tutti».

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