Sulla morte di Ebru Timtik, una nota di Totò Castronovo

L’avvocatessa Ebru Timtik è morta dopo 238 giorni di sciopero della fame, portato avanti per ottenere un processo equo dopo essere stata condannata a tredici anni di reclusione per “terrorismo”. Sulla sua morte e, più in generale, sulla politica della Turchia e sulle responsabilità dell’Europa, pubblichiamo le considerazioni molto interessanti e sentite di Totò Castronovo:

Ebru Timtik (foto tratta da internet)

«È notizia di pochi giorni fa della morte, a soli 42 anni e dopo 238 giorni di sciopero della fame, dell’avvocatessa di nazionalità turca e origine curde Ebru Timtik, condannata a 13 anni dopo un processo farsa per la sua vicinanza al Fronte Rivoluzionario di Liberazione Popolare (DHKP-C), un gruppo di estrema sinistra considerato un’organizzazione terroristica dal governo turco, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, Italia compresa.

La guerra sporca del governo turco contro i nemici interni ed esterni che si oppongono all’ideologia di stato fatta di nazionalismo e integralismo religioso o, semplicemente verso chi per ideologia, razza o religione è percepito come un corpo estraneo a questo progetto autoritario, prende di mira ogni aspetto della vita quotidiana in qualsiasi ambito dell’attività sociale.

Dalla rimozione dei sindaci accusati di terrorismo nonostante siano stati eletti dopo libere elezioni ma colpevoli di far parte dell’HDP (il partito della sinistra turco filo curdo), alla proibizione dell’insegnamento e l’utilizzo sia in privato che in pubblico della lingua curda, la negazione di ogni diritto di difesa per curdi e turchi di sinistra filo-curdi, le uccisioni mirate di personalità scomode per arrivare fino al bombardamento indiscriminato del proprio stesso territorio a maggioranza curda. Nonché, cronaca anch’essa recente, alla guerra sporca con l’utilizzo delle milizie Isis come truppe di terra in Rojava nel nord est della Siria.

Prima e come Ebru Timtik, in tanti si sono lasciati morire in scioperi della fame e tanti altri sono ancora rinchiusi nelle carceri turche in attesa di esalare l’ultimo respiro per denunciare questa feroce repressione e questo massacro alla luce del sole ma che in tanti fanno finta di non vedere.

Erdogan è riuscito ad attuare una trasformazione radicale della società turca passata da un nazionalismo laico (di tipo occidentale) ad un nazionalismo religioso dove non vi è posto per i non musulmani ma, neanche per chi pur musulmano non accetta di essere “turchizzato” e mantiene con orgoglio un legame con le proprie radici, siano essere curde, assire, azire o armene. Tutto ciò ha portato alla repressione quotidiana ed indiscriminata che ha colpito minoranze religiose ed etniche, partiti e militanti della sinistra turca laica e non nazionalista. In Italia sono arrivate solo le notizie degli avvenimenti più eclatanti come i fatti di Piazza Gezi park nel 2013, Surc nel 2015 e adesso della morte di Ebru Timtik. Per il resto in tutta Europa vi è sempre stato un colpevole e complice silenzio.

La complicità dei governi occidentali con questo regime fondamentalista è apparsa palese agli occhi di tutti dopo l’invasione del Rojava dove l’Unione europea, pur condannando a parole l’invasione e il massacro in atto, in realtà ha continuato a rifornire l’esercito turco (e con esso l’Isis dispiegato come detto in prima linea) di armi, con l’Italia a far la parte del leone con 362,3 milioni di euro. Proprio un bel primato!

Ad essere preso di mira in Rojava, prima dallo Stato Islamico e poi dalla Turchia non è stato solo un territorio ma l’idea che possano coesistere una pluralità di nazioni, lingue, religioni, pratiche politiche. Una rivoluzione che rifiuta il nazionalismo che ritiene che lo Stato-nazione sia la causa dei problemi in Medio Oriente, che la lotta contro il patriarcato,  per  la parità di genere costituiscano la base stessa della convivenza sociale rappresenta un pensiero antitetico rispetto a quello che costituisce la base ideologica della moderna Turchia e come tale non poteva essere tollerato dal potente e scomodo vicino che considera tutto ciò che circonda il proprio territorio e gli ex paese facenti parte dell’impero ottomano come proprie sfere d’influenza su cui, se necessario, diventa un dovere intervenire anche militarmente.

Europa terrorizzata dall’ondata di profughi che la Turchia potrebbe riversare sui propri confini, profughi creati dalla Turchia con armamenti, denaro e complicità occidentali, insomma un bel festival dell’ipocrisia sulle spalle di milioni di essere umani.

Europa che, pur di fermare i migranti, non si fa scrupolo di assecondare le aspirazioni – da taluni definite erroneamente ottomane (impero dalle caratteristiche multietniche e pluriconfessionale per buona parte della sua esistenza) -, di porsi alla guida del mondo musulmano sunnita, insomma un nuovo progetto di califfato in chiave moderna che estende la sua influenza utilizzando talvolta la forza militare ma soprattutto il ricatto e la minaccia come armi politiche.

Un paese che sta attraversando una forte crisi economica in un contesto geo-politico di isolamento auto indotto, la necessità di accaparrarsi risorse naturali è diventata fondamentale al punto da minacciare la Grecia di un possibile conflitto per il controllo degli immensi giacimenti di gas naturale presenti nel Mediterraneo e che potrebbero garantire alla Turchia l’indipendenza energetica per decenni e quindi la possibilità di poter perseguire i propri obiettivi egemonici senza preoccuparsi di un possibile futuro embargo economico.

Al contempo il suo leader può raccontare la solita litania di un paese assediato, circondato da nemici lungo tutti i suoi confini che vogliono completare la distruzione della Turchia dopo lo smembramento dell’impero Ottomano ma anche di nemici interni che minano non solo lo stile di vita turco ma l’esistenza stessa dello stato fondato da Mustafa Kemal.

In questo contesto politico, economico, religioso e sociale si inquadra l’arresto di Ebru Timtik, la sua condanna, l’indifferenza per la sua estrema protesta da parte della società turca e il silenzio volontariamente colpevole dei governi occidentali.

Come dicono i combattenti curdi, di cui con orgoglio e coraggio faceva parte Ebru Timtik, şehid namirin».

 

 

 

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