Il corpo e il volto della donna tra modelli e stereotipi: riflessioni di Leandro Janni

Sulla vicenda che ha visto protagonista Armine Harutyunyan, la modella di origine armena scelta da Gucci per la Milano Fashion Week lo scorso settembre e per la sua nuova campagna di moda, riceviamo e pubblichiamo una nota del presidente di Italia Nostra Sicilia, Leandro Janni. Ricordiamo che la modella è stata inserita nell’elenco delle 100 donne più belle del mondo e travolta da insulti e offese perchè, per molti, non risponderebbe ai canoni della bellezza tradizionale. Il caso di Armine solleva diverse questioni importanti: dal body shaming contro le donne al significato della bellezza. Cos’è bello? Soprattutto, i canoni della bellezza sono sempre uguali o cambiano? Ecco l’intervento di Leandro Janni:

««Lo “stereotipo” è un’opinione precostituita su persone o gruppi, che prescinde dalla valutazione del singolo caso ed è frutto di un antecedente processo d’ipergeneralizzazione e ipersemplificazione, ovvero risultato di una falsa operazione deduttiva. Questo termine fu usato per la prima volta con questa accezione dal giornalista Walter Lippman» (Treccani).

Armine Harutyunyan è la modella di 23 anni che Gucci ha riconosciuto come una delle cento top più sexy del mondo. Dopo aver ottenuto l’ambito riconoscimento, però, per lei è cominciato un vero e proprio stillicidio mediatico. Insomma: Armine Harutyunyan è diventata vittima di “body shaming” (derisione del corpo) sul web. E’ stata accusata di essere inadatta al mondo della moda perché non incarna i canoni di bellezza comunemente accettati. Contro di lei sono stati rivolti commenti razzisti, offensivi e denigratori. Davvero una donna che non si adegua agli stereotipi deve essere etichettata come “brutta”, quasi come se fosse una colpa essere nata con determinati lineamenti? E il sistema della moda è davvero pronto per dire addio agli stereotipi? Ma, le domande che dovremmo porci probabilmente sono queste: come sono cambiati i modelli di bellezza femminile? Esistono canoni di bellezza assoluti o tutto è frutto di una costruzione socioculturale destinata a mutare in relazione delle mode del momento?

Fin dall’antichità la bellezza femminile è stata valutata e misurata sulla base di un modello estetico di riferimento, riconosciuto dalla società in un determinato contesto storico e culturale. Dal modello ideale discendono i canoni estetici, ovvero le caratteristiche tipiche della bellezza. In tal senso, maggiore è la somiglianza di una donna rispetto ai parametri definiti, maggiormente essa è considerata bella.

Tuttavia, l’ideale estetico non è un criterio assoluto, immutabile, universale, ovvero riconosciuto valido in tutti i tempi ed in tutti i luoghi ma, tale ideale, rappresenta una costruzione socioculturale, in quanto si genera e si modifica continuamente nell’alveo della società e della cultura entro cui si colloca. In virtù di ciò, un ideale estetico è destinato a mutare in relazione al trasformarsi delle mode, dei costumi e delle consuetudini sociali e culturali.

In tale prospettiva, ogni epoca storica ha avuto un peculiare modello di bellezza ideale, documentato dalle fonti letterarie e iconografiche che hanno immortalato figure femminili divenute famose: dalla Venere di Willendorf a Nefertiti, dalla kore greca al ritratto femminile romano, dalle mistiche fanciulle medievali alle floride donne rinascimentali, fino a giungere ai modelli femminili novecenteschi. Qui coesistono la “garçonne” androgina degli anni Venti e la donna italiana del periodo fascista, che deve avere forme prosperose e fianchi ampi, ed essere forte e robusta, in quanto si ritiene che solo così sarà una vera madre e una buona moglie, in grado cioè di occuparsi della casa e della famiglia. Per non parlare degli anni 2000, durante i quali le industrie dell’alta moda diffondono un modello di donna sempre più esile e sottile, probabilmente in relazione alla necessità di far risaltare l’abito rispetto alla modella. Dopo le carismatiche top-model degli anni Ottanta, le modelle diventano sempre più scheletriche e stereotipate. Ma, diciamolo: nei messaggi dei media si cela non solo un pericoloso inganno, ma anche un ricatto psicologico in cui viene proclamata la necessità di aderire a quel modello al fine di riuscire ad ottenere successo e apprezzamento sociale.

L’ideale corporeo imposto dai media, dunque, riguarda non solo l’aspetto estetico, ma è associato anche a significati sociali più profondi, intensamente ricercati soprattutto dalle ragazze adolescenti, le quali spesso appaiono intrappolate in un angosciante conflitto con il proprio corpo, innescato dal continuo confronto con gli altri e dall’intenso bisogno di approvazione sociale. In tal modo i media hanno contribuito a consolidare uno stereotipo pericoloso, interiorizzato e adottato da molte donne come imprescindibile “standard” in base a cui confrontare e giudicare il proprio corpo. E’ in tale contesto socio-culturale che spesso le ragazze pervengono alla conclusione che le proprie difficoltà personali e sociali sono inequivocabilmente collegate al loro peso corporeo e che, dunque, il raggiungimento della magrezza rappresenterà “la soluzione” in grado di migliorare notevolmente la propria autostima, di garantire la popolarità e il giudizio positivo degli altri».

 

 

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