Una storia mai finita: il divorzio. Riflessioni di Sonia Zaccaria

Sonia Zaccaria
Foglio di propaganda del PCI sul divorzio. Materiale conservato all’Istituto Gramsci di Palermo.

A quasi un mese dall’anniversario dell’approvazione della legge sul divorzio in Italia, riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di Sonia Zaccaria, che ci offrono una panoramica storica ben documentata sull’argomento. Sonia Zaccaria è docente di Filosofia e Storia e presidente del Comitato scientifico della rivista “Studi storici siciliani”:

«L’Italia approva la legge sul divorzio il giorno 1 dicembre 1970: la n. 898 “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, elaborata da Loris Fortuna e da Antonio Baslini. Sono trascorsi 50 lunghissimi anni da quel fatidico giorno che ha segnato la strada della trasformazione sociale dell’Italia. Il percorso, però, per arrivare a quella giornata storica è stato davvero difficile e ancora oggi la Legge sul Divorzio è oggetto di critiche e soprattutto di riforme.

Il divorzio arrivò in Italia agli inizi del 1800 con il codice di Napoleone che consentiva di sciogliere i matrimoni civili. La Legge era davvero, però, molto complicata nell’applicazione: i coniugi per separarsi avevano necessità dell’approvazione dei genitori e dei nonni.  Fin dall’Unità d’Italia le iniziative per inserire nell’ordinamento italiano il divorzio, almeno dieci, vennero bocciate soprattutto a causa dell’influenza della Chiesa cattolica.

Nel 1902 il Governo di Giuseppe Zanardelli elaborò un decreto che prevedeva il divorzio solo in caso di adulterio, di lesioni al coniuge, ma anche di condanne gravi. Questa norma non trovò mai applicazione e non se ne parlò più per trent’anni. Arrivò, invece la grande guerra che bloccò tutte le battaglie sociali iniziate. La situazione non migliorò di certo con il fascismo e con Mussolini che si dichiarò contrario e sottoscrisse i Patti lateranensi. Era previsto l’istituto giuridico della separazione legale: un giudice poteva cioè riconoscere che due persone non potessero più continuare a vivere insieme, ma quelle stesse persone dovevano rimanere legate dall’obbligo della fedeltà e dell’assistenza reciproca: non potevano dunque formare una nuova famiglia. Era invece possibile ottenere l’annullamento attraverso la Sacra Rota, ma solo in alcuni casi e solo per chi si poteva economicamente permettere tutta la procedura: separarsi era dunque un privilegio per pochi.

Nel 1965 il deputato socialista Loris Fortuna presentò alla Camera un progetto di Legge per il Divorzio e iniziarono anche le prime manifestazioni di piazza del Partito radicale, accanto alla Lega italiana per l’istituzione del divorzio (LID). Nilde Iotti, il 25 novembre del 1969, quando l’iter legislativo era ormai alle ultime battute, chiese la parola alla Camera dei Deputati, e fece un discorso diventato storico per la tutela dei diritti delle donne:

«Nel passato la famiglia ha costituito essenzialmente un momento di aggregazione della società umana, basato su motivi molto diversi, l’accasamento particolarmente per le donne, la procreazione dei figli, la trasmissione del patrimonio. Questi erano i motivi fondamentali che portavano alla costituzione della famiglia; la famiglia, cioè, ha risposto, in qualche modo, alla ricerca di collocazione sociale degli individui. (…) A noi pare che ciò che nel mondo moderno spinge le persone al matrimonio ed alla formazione della famiglia, ciò che rende morale nella coscienza popolare la formazione della famiglia, sia in primo luogo l’esistenza di sentimenti. (…) Questa, io credo, è oggi la base morale del matrimonio. (…)

(…) Vedete, onorevoli colleghi: per quanto siano forti i sentimenti che uniscono un uomo e una donna – in ogni tempo, ma soprattutto direi, nel mondo di oggi – essi possono anche mutare; e quando non esistono più i sentimenti, non esiste neppure più, per le ragioni prima illustrate, il fondamento morale su cui si basa la vita familiare. Abbiamo dunque bisogno di ammettere la possibilità della separazione e dello scioglimento del matrimonio.

(…) Certo, noi sappiamo molto bene che quando una famiglia si dissolve la condizione dei figli diviene estremamente grave; noi non possiamo disinteressarcene, come se questo fatto non esistesse. Ma credo che vi sia un fatto che precede questo e che non possiamo dimenticare, e cioè che i figli sono sì importanti nella vita di un nucleo familiare, ma i protagonisti della famiglia non sono i figli: sono il padre e la madre. Sono questi ultimi a determinare la vita familiare ed il livello morale di essa; non la presenza dei figli.

(…) La Chiesa stessa non ha mai fatto questione, nelle sue sentenze di nullità del matrimonio, della presenza dei figli. Non è mai stata questa una ragione che abbia impedito ai tribunali ecclesiastici di emettere sentenze di nullità del matrimonio. (…) Aggiungo, infine, onorevoli colleghi, che la condizione dei figli in una famiglia tenuta insieme per forza, in una famiglia dove la violenza o, peggio – dico peggio – l’indifferenza sono alla base dei rapporti dei coniugi, è la peggiore possibile, e causa la devastazione della loro personalità».

Il 1° dicembre 1970 i Radicali, il Partito socialista Italiano, il Partito Comunista Italiano e il Partito Liberale Italiano approvarono la Legge al termine di una seduta parlamentare che durò oltre 18 ore. Erano quasi le sei del mattino, e le votazioni erano iniziate alle dieci del giorno precedente. Fu ovviamente contraria la Democrazia Cristiana. E il 2 dicembre, il quotidiano Avvenire lanciò un appello per indire immediatamente un referendum che cancellasse la legge sul divorzio appena approvata. La Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano, parlando della legge come del primo passo verso la distruzione della società e della famiglia, si attivarono subito per il referendum abrogativo. E la campagna fu, di nuovo, molto dura con toni anche violenti.  L’Italia cattolica, quella antidivorzista, non si volle rassegnare, chiese il referendum, affinché fossero direttamente i cittadini ad esprimere le loro volontà. Il repubblichino Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, fece stampare un manifesto con scritto “Contro gli amici delle Brigate Rosse il 12 maggio vota sì”. Poco prima del voto Amintore Fanfani disse: «Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!». E domenica 12 maggio, papa Paolo VI, affacciandosi dalla finestra per la preghiera di mezzogiorno, dichiarò: «Noi non romperemo ora il silenzio di questa giornata, destinata per gli italiani alla riflessione decisiva, in rapporto con uno dei più gravi doveri per i credenti e per i cittadini, in ordine al bene della famiglia. Noi inviteremo soltanto a mettere questa espressa intenzione, implorante sapienza, nella nostra odierna preghiera alla Madonna».

In realtà fu un grande inizio di trasformazione sociale per l’Italia;  il 12 maggio 1974 l’Italia si recò alle urne per votare per il Referendum sul divorzio; Il PCI, PSI, Partito radicale, associazioni laiche e movimenti delle donne continuarono a difendere la “libertà di scelta” e a sostenere il “no” all’oppressione e allo sfruttamento all’interno della famiglia. Il divorzio vinse e da lì in poi i movimenti femministi cominciarono ad affrontare il problema della gestione politica di quel che sarebbe accaduto dopo: «Ogni causa di separazione o di divorzio dovrebbe diventare una vertenza sul lavoro domestico», sostennero.

Al Referendum partecipò l’87,7 percento degli italiani aventi diritto di voto. Il 60 per cento votò No decretando così il varo della legge. Avvenire titolò: “Hanno prevalso i no”, ricordando che milioni di italiani avevano votato contro. “Grande vittoria della libertà”, rispose L’Unità, riprendendo le parole del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer: «È una grande vittoria della libertà, della ragione e del diritto, una vittoria dell’Italia che è cambiata e che vuole e può andare avanti».

La legge del 1970 venne modificata, nel 1978 e nel 1987 quando, grazie al presidente della Camera Nilde Iotti che riuscì a ottenere l’accordo unanime di tutti i gruppi, si ridussero da cinque a tre anni i tempi necessari per arrivare alla sentenza definitiva.

Il divorzio prevedeva lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio quando i coniugi dimostravano di non avere più alcun motivo, spirituale e materiale, per continuare a condividere la propria vita. Lo scioglimento era previsto per il matrimonio civile, si parlava di cessazione degli effetti civili del matrimonio per quello religioso. Prima di giungere al divorzio, i coniugi dovevano registrare la loro separazione legale durante cui dimostravano di non coabitare.  Non si può dire che la legge sia stata la causa dell’aumento delle separazioni di fatto. L’impennata di coppie che decisero di lasciarsi arriva solo intorno al 1995: è quindi un cambio sociale quello che si manifesta. Negli ultimi 16 anni le separazioni sono aumentate del 65 per cento e i divorzi sono più che raddoppiati, di pari passo si è verificato anche un calo dei matrimoni e un aumento delle unioni civili, anche tra individui dello stesso sesso, a dimostrazione che quella che si sta verificando è una rivoluzione della famiglia tradizionale. La legge è stata discussa e ripresa nel 2012 dopo una serie di critiche e lungaggini politiche. La Commissione Giustizia della Camera ha approvato il testo sul divorzio breve (Ddl “Disposizioni in materia di separazione giudiziale tra i coniugi”), che infrange il limite di tre anni di separazione per la proposizione dell’istanza di divorzio: i coniugi devono attendere un anno o massimo due, se la coppia ha figli minorenni. Inoltre, prevede che la comunione tra marito e moglie si sciolga nel momento stesso in cui il magistrato autorizzi la coppia a vivere separata.

Infine, la legge n.55/2015 ha ridotto ulteriormente i tempi, permettendo il divorzio dopo un anno di separazione giudiziale e dopo sei mesi di separazione consensuale».

 

 

 

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