19 Giugno 2024
Buona idea

Andare e restare: il respiro affannoso della nostra provincia

Locandina dell’evento organizzato da Futuralab (foto tratta da Facebook)
Cos’hanno in comune un nisseno nato e cresciuto a Caltanissetta e un migrante che ha deciso di stabilirsi qui? Tante cose: abitare la stessa città, ad esempio; soprattutto vivere la lontananza dagli affetti più cari. Mariarosa, insegnante in pensione, ha due figli, entrambi laureati. I figli di Mariarosa vivono fuori da circa dodici anni e cioè da quando hanno iniziato a lavorare, uno a Roma e l’altro all’estero. «La lontananza mi pesa molto ma ho dovuto accettarla» dice Mariarosa. «Mi consolo sapendo che loro stanno bene e sono soddisfatti. La cosa che mi dispiace molto è di non potere vedere crescere la mia unica, meravigliosa, nipotina!»
Joseph viene invece dal Sudan e vive in Italia dal 2009. A Caltanissetta da circa sette mesi, ha svolto fino ad oggi tanti lavori, soprattutto in campagna, per la raccolta delle olive e delle pesche. In Sudan, Joseph ha i genitori e cinque sorelle e due fratelli che non vede da vent’anni. Di più non possiamo sapere, perché, al pensiero dei suoi cari, si commuove.
Mariarosa e Joseph sono solo due dei moltissimi che a Caltanissetta vivono la lontananza. La nostra provincia, terra di padri e madri senza figli, ha però l’opportunità di una nuova accoglienza, quella dei figli dell’Africa che offrono al territorio nuove risorse. L’Africa viene invece depauperata e basta delle sue forze migliori, un salasso che ritornerà sicuramente in termini di rimesse economiche. Così del resto è stato per noi, dalla fine dell’Ottocento. Così è stato per noi nel 1946, quando il patto italo – belga sanciva l’accoglienza, in Belgio, di migliaia di minatori italiani in cambio di una fornitura di carbone. Il documentario del nisseno Luca Vullo, intitolato Dallo zolfo al carbone, racconta magistralmente questa vicenda in relazione all’emigrazione nissena. Alla fine degli anni Sessanta è stata la volta degli Spaesati del nisseno Enzo D’Antona (2020, Zolfo Editore), che hanno nutrito l’esodo di massa di giovani diplomati e laureati. Una fuga di cervelli che ancora oggi caratterizza la nostra provincia: i figli di Mariarosa, nella fiumana dei cinquantamila giovani, in gran parte laureati, che abbandonano, ogni anno, la Sicilia (dati Istat). D’altra parte, per chi invece decide di stabilirsi a Caltanissetta, la nostra provincia rappresenta un punto d’arrivo e comunque un miglioramento.
«I giovani devono restare dove sono nati» così Giovanni Ruvolo su “La Sicilia” del 6 gennaio, quattro giorni fa. L’ex sindaco Ruvolo ha approfondito questo argomento in relazione al convegno organizzato da Futuralab sul diritto di restare, che si terrà alle 18,45 di lunedì 15 gennaio, in via Redentore 73.
Nasce spontanea la domanda: restare a far cosa? O venire a far cosa, nel caso di chi decidesse di vivere a Caltanissetta? Perché forse bisogna chiedersi prima in che modo queste scelte possano essere sganciate dal bisogno anziché vie obbligate. Intanto si potrebbe far qualcosa se si evitasse di considerare chi va via una sorta di traditore, uno che non ha più voce in capitolo sulla città che ha lasciato. E se prima le rimesse erano economiche, nella società della conoscenza, attraverso le nuove tecnologie, anche mantenere un contatto con chi parte potrebbe essere un modo per avviare nuovi progetti in città, nati appunto dal rapporto tra il paese di provenienza e quello di destinazione. Sarebbe bello poter censire queste assenze in un’apposita banca dati. E si potrebbe anche evitare di considerare chi arriva, qualcuno che voglia comunque derubare il territorio invece di arricchirlo.
Ma la domanda più importante continua a risuonare: come avviare nuovi percorsi di sviluppo nella “piccola Atene” globalizzata?

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