Chi sono e come vivono i lavoratori del circo? Ne parliamo con Fulvio Medini

Chi, almeno, una volta, da bambino, non è andato al circo? Chi non ha subito il fascino degli animali esotici o provato un brivido nel veder volare i trapezisti? Clown, acrobati, ballerine, equilibristi, giocolieri e domatori di leoni fanno parte di quel circo che è stato fonte di ispirazione per tutte le arti. Un riferimento al cinema di Fellini in tal senso è quasi d’obbligo. Ma la vita dell’artista circense è veramente un esempio di libertà come spesso può sembrare a chi svolge un lavoro comune, fa una vita “normale” ed è stanziale in un luogo? Anche a Caltanissetta arrivano le compagnie itineranti, con i loro carrozzoni dove artisti ed animali hanno un alloggio. Spesso le persone del circo non sono ben viste, a causa di un’attenzione verso gli animali che forse dimentica uomini e donne che svolgono un lavoro impegnativo, non comune. Conosciamo il vero volto di un clown, dietro la maschera che indossa? E quando l’acrobata smette il suo numero, saprà destreggiarsi con eguale leggerezza tra i problemi di una quotidianità a noi sconosciuta? Come vivono questi artisti lo abbiamo chiesto a Fulvio Medini, direttore di Happy Circus, dal 26 ottobre fino a ieri a Caltanissetta.

Le chiederei, intanto, quando è nato il vostro circo, di quale paese siete originari e, se posso, la sua età e il suo luogo di nascita.

La tigre bianca (foto tratta dalla pagina Facebook di Happy Circus)

«Sono piemontese, di Torino e sono nato nel 1970. Sono la quinta generazione di una famiglia storica e numerosa del mondo circense. Mio padre era il penultimo di diciannove fratelli (diciassette femmine e due maschi) e ha incominciato a lavorare come saltimbanco nelle piazze, all’aperto. Faceva il clown. In tempi di guerra si facevano spettacoli nelle caserme, per i soldati. Poi, con i primi soldi hanno comprato il primo tendone in stoffa. Oggi i tendoni sono di plastica, impermeabili alla pioggia, ma prima non era così. Mia madre è siciliana, di Porto Empedocle, anche lei di una famiglia circense, i Torregrossa, e faceva la ballerina».

Per chi, come noi, è stanziale, è difficile immaginare la vita delle persone che, per il loro lavoro, si spostano da una parte all’altra del mondo. Di solito, in quali paesi e città fate tappa e quanto tempo rimanete?

«Siamo stati due anni in Tunisia e ora rimarremo in Italia per un po’, le prossime tappe sono Enna e Palermo».

Che ruolo ha all’interno del circo e quando inizia la sua vita da circense? Lei ha svolto lo stesso ruolo dei suoi genitori?

«Oggi sono il direttore generale del circo e mi occupo di tutto, dalla logistica all’organizzazione e alla scelta degli artisti, che non sono mai gli stessi ma cambiano. Dai quindici ai trentasette anni, però, ho fatto l’equilibrista. Camminavo sul cavo d’acciaio. Quando sei ragazzo non vedi altro che esibirti, per mettere in pratica quello che hai imparato da bambino. A otto anni ho fatto il mio primo debutto nel numero di mio cugino».

I bambini e le bambine figli di persone che lavorano al circo, come riescono ad avere un’istruzione? Soprattutto, per loro, questo lavoro è una strada obbligata o possono decidere di scegliere un’altra vita?

«I figli dei circensi sono tutti circensi» sottolinea aggiungendo, però, che è più una passione che un obbligo. «Per la vita che facciamo, spesso ci sposiamo tra noi del circo. I bambini sono liberi di scegliere le attività che vogliono, sono iscritti a scuola e possono frequentarla in tutti i posti nei quali fanno tappa con gli spettacoli. I bambini parlano più lingue perché noi circensi ci facciamo una cultura viaggiando. La mia storia personale è un po’ particolare perché mi è mancata la madre molto presto e ho vissuto per undici anni in un collegio, a Cuneo. D’estate seguivamo il circo e quando stavo in collegio il circo mi mancava».

Se scava indietro nel suo passato, le è mai capitato di dover sopportare una grossa rinuncia per la sua vita al circo? Che ne so? Magari innamorarsi di una persona e dovere rinunciarvi o desiderare di fare un altro lavoro e scoprire invece che lasciare il circo è una cosa più difficile di quanto non si pensi…

«Bene, ti racconto la mia storia. Ad un certo punto, ho lasciato il circo perché mi sono innamorato di una donna di Cesenatico, mi sono sposato e per sette anni mi sono staccato dalla mia famiglia d’origine. Alla fine, però, ci siamo separati e sono tornato nel mio mondo. Il circo era una passione troppo grande!»

Cos’è per lei il circo? Un lavoro o anche altro? Lei si sente più un lavoratore o un artista? Come viene pagato chi lavora al circo? Ha uno stipendio come un lavoratore di qualsiasi altro settore o risente, per esempio, di una tournée andata male?

«Il circo è la nostra vita. Viviamo per il circo, l’unico lavoro che non smette mai. Quando sei a cena, tra amici, ti capita di parlare del tuo lavoro? Lo fai solo se c’è un problema. Il circo invece non è un lavoro dal quale puoi staccarti ma un mondo nel quale sei immerso. Sappiamo come il nostro sia un mestiere in crisi e il nostro introito viene solo dal pubblico. Gli artisti lavorano sapendo che la stagione può andare bene o andare male e che la paga è in base al pubblico. Anche per questo il circo è una grande famiglia e fra noi c’è una forte solidarietà».

Foto tratta dalla pagina Facebook di Happy Circus

Quando per un trapezista l’età avanza e diventa quindi difficile fare il proprio numero, cosa succede? Si cambia ruolo all’interno del circo, si segue la compagnia per il mondo anche se non si lavora più oppure si sceglie di abitare stanzialmente in un luogo?

«All’interno del circo si è intercambiabili e chi aveva un’occupazione può, poi, svolgerne altre. Anch’io, come ti ho già raccontato, sono un esempio di questo».

Il numero più difficile che ha dovuto sostenere durante la sua vita d’artista. L’imprevisto più rischioso che ricorda…

«Da ragazzo avevo la passione del calcio ed ero bravo. Le partite si giocavano solo la domenica, che per noi era giorno di spettacolo, ma io andavo a giocare lo stesso, anche di nascosto. Una sera andai in scena pochi minuti dopo aver giocato una partita, quindi iniziavo il mio numero già stanco. Ancora prima di fare il salto mortale avevo capito che sarei atterrato male e così andò. Caddi di testa e mi portarono in ospedale. Ho rischiato una paralisi. C’è da dire che, in questo mestiere ci sono tanti casi di mortalità (Fulvio aggiunge di essere il cugino di Ettore Weber, il domatore morto a causa della zampata di una delle sue tigri). Nel circo, Tutto quello che fai è semplice, ma lo devi fare con molta attenzione».

Veniamo alla vexata quaestio degli animali. Come rispondete a chi vorrebbe che il circo facesse a meno degli animali, che sarebbe più giusto far vivere nel loro habitat?

«L’animalismo è la piaga del nostro settore ma chi protesta sente solo quello che dicono le organizzazioni. Caltanissetta è una città che ci ha chiesto molti adempimenti burocratici a causa degli animali, ma chi di competenza ha potuto accertare che da questo punto di vista siamo a posto e che le condizioni in cui vivono gli animali sono più che buone. Se abbiamo avuto verbali è stato solo per i manifesti affissi fuori dagli spazi. Lo vedi quello? È un pony. Secondo te, quanto costa? Costa trecento euro. Questo pony è stato male e se noi fossimo veramente gente che maltratta gli animali ne avremmo preso uno nuovo invece di passare le notti a farlo camminare e a rimetterlo in salute. Lo stesso si può dire per tutti gli altri animali. Le persone ci ricoprono di insulti ma non sanno come stanno veramente le cose. Senza animali, non c’è circo. La prima domanda che ci fanno, quando si informano sugli spettacoli, è “ci sono animali?” Vede escrementi nei recinti? No! Sa quanto costa in termini di lavoro e denaro prendersi cura degli animali?»

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