Joker: film da cui prendere spunto per parlare del potere del cinema sulle nostre emozioni. Risponde Andrea Marchese, filmaker e fotografo nisseno

La locandina del film è stata tratta dal web

Non è stata una visione facile quella di Joker, autentico capolavoro del regista Todd Phillips uscito nelle sale il 31 agosto di quest’anno. Chiunque l’abbia visto, non può non essersi soffermato sul protagonista del film, sulla sua storia e sui temi, assolutamente reali, narrati attraverso la finzione cinematografica. Il film mostra infatti una società in cui è più facile essere schiacciati che vivere da essere umani. Un luogo che impoverisce le persone rendendole vittime dell’arroganza del potere e dove chi è debole può diventarlo di più, fino al compimento di azioni criminali. Joaquin Phoenix interpreta magistralmente Arthur Fleck, un aspirante attore comico che lotta per sbarcare il lunario e che, ignorato dagli altri, vaga per le strade di Gotham City, divorato dalla sua condizione di fragilità. Una follia progressiva e vissuta in solitudine condurrà il protagonista ad un finale tragico, costringendo gli spettatori ad una riflessione sul nostro mondo. Già vincitore del Leone d’oro, il film è candidato ad una serie di altri prestigiosi premi ed è proiettato ad essere fra i protagonisti degli Oscar 2020. Lasciando perdere i numerosi riferimenti alla filmografia precedente disseminati nella pellicola e nonostante la bravura dell’attore che interpreta il protagonista, la rilettura in chiave sociale di Joker, noto antagonista di Batman, balza agli onori delle cronache più per il “significato” che per la recitazione, la regia o la fotografia. Anche se nel film non vi sono grandi effetti speciali, negli Usa, attorno a Joker, si è creata la massima allerta, tanto da dispiegare agenti di polizia fuori dalle sale o da non proiettare la pellicola per timore di gesti emulativi. La repressione, da sola, potrà fermare gli effetti devastanti di un conflitto sociale sempre più aspro? La domanda nasce spontanea, così come spontaneo è l’interrogarsi su quali reazioni scateni il cinema in noi tutti, dall’identificazione allo straniamento. È di una settimana fa l’articolo di Manuela Modica (apparso sulla cronaca di Palermo del quotidiano “La Repubblica”) che parla di Ruggero, un uomo di 64 anni che non ha una casa dove abitare ma, tutti i giorni, paga per entrare al cinema. «Il cinema è il mondo» dice Ruggero che, da spettatore, sogna, si identifica, si innamora o prende le distanze, come del resto facciamo tutti, dimostrandoci che abbiamo bisogno di sogni e di senso tanto e forse più che dell’avere un tetto sicuro.

Andrea Marchese, filmaker e fotografo nisseno

Perché il cinema sia un mezzo tanto potente lo abbiamo chiesto ad Andrea Marchese, filmaker e fotografo di origini nissene, che ha di recente realizzato una mostra personale al museo Gagliardi di Noto e che, nel settembre scorso, è stato premiato al Viva Film Festival di Sarajevo. Andrea è anche finalista al Giffoni School Experience e agli inizi di novembre presenterà il film Favoletta Ericina al Moviemmece di Napoli.

«Il cinema» sostiene Andrea, che non ha ancora visto il film, «può essere un mezzo fortissimo attraverso il quale veicolare idee e identità, attraverso cui riflettere e soprattutto emozionarsi. Perché ritengo sia proprio la capacità di emozionare la grande forza della settima arte, rendere le idee immagini, icone rappresentabili e veicolabili di concetti ancestrali sempre presenti nella storia, seppur in forme e strutture diverse. La preoccupazione del governo statunitense è in questo senso allora più che plausibile, la sua inquietudine coincide del resto, con la paura della libertà stessa».

Intanto, a Caltanissetta, Joker è ancora in sala e il titolare del cinema fa sapere che il film ha ottenuto un buon incasso anche qui.

 

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