Elezioni amministrative: analisi del (non) voto. Con un occhio al libro di Paolo Pombeni, ne parliamo con Claudio Lombardo

Claudio Lombardo

All’indomani delle lezioni amministrative di Caltanissetta, è quasi d’obbligo tentare un’analisi del voto per rendersi conto di alcuni fenomeni in aumento. Ne parliamo quindi con Claudio Lombardo, attualmente counselor in mediazione culturale che ha svolto attività politica fin dal 1975, ricoprendo anche l’incarico di presidente provinciale dell’Arci per diversi anni.

Analisi del voto suona un po’ paradossale, visto che, al ballottaggio, hanno votato 24.001 elettori (42,61%) su 56.294 aventi diritto. Parliamo di questo non voto. Secondo te, che tipo di astensionismo è quello che ha caratterizzato le amministrative nissene e dove fa breccia? Fra chi non si è mai interessato della politica e della città o fra chi è invece tanto politicizzato da non essersi riconosciuto in nessuna delle forze in campo? E’ ancora valido il principio che chi rinuncia al voto non ha il diritto di lamentarsi delle scelte dell’amministrazione e del corso politico che seguirà?

«Io credo che dietro questo aumento significativo dell’astensionismo ci siano tre distinte ragioni: la prima è strettamente connessa al sistema elettorale. Se io non trovo tra i due candidati che competono al ballottaggio uno che, almeno un po’, possa rappresentare un progetto condivisibile, legittimamente decido di astenermi. La seconda ragione si lega alla progressiva disaffezione verso la politica che, ormai da almeno un ventennio (e forse più), caratterizza lo scenario italiano (ed occidentale, aggiungerei). La terza ragione ha anche forti connotati ideologici: c’è chi, per esempio, sostiene, anche con argomentazioni importanti, che la democrazia di tipo rappresentativo sia in realtà un bluff e un imbroglio della borghesia, che le elezioni non siano altro che una messa in scena per conservare il potere. Opinione discutibile. Devo aggiungere, però, che la pretesa o l’affermazione che chi si astiene non ha più diritto a dire la sua o a “lamentarsi” è una grande sciocchezza. Il voto non è che uno degli strumenti con cui si esercita la cittadinanza, ed anche quando si decide di non utilizzarlo, non perdo certo ogni altro mio diritto, primo fra tutti quello di dissentire».

Torniamo al momento finale della campagna elettorale, dove non sono mancati gli insulti e i video su Facebook per prendere posizione pro o contro i candidati. Secondo te, la comunicazione politica di oggi è caduta in basso rispetto a prima e di quali mancanze soffre? Il mondo della politica come dovrebbe relazionarsi con l’opinione pubblica? 

«Insulti, fake news, personalizzazione, uso esclusivo dei social sono la testimonianza più evidente della gravissima crisi che la politica sta vivendo nel nostro Paese. Scomparsi i partiti come luoghi di elaborazione e di confronto, scomparse le ideologie e le idee, su cosa ci si confronta? Sul nulla! Cosa c’è di meglio di un non luogo per esprimere il nulla? I social possono essere strumenti straordinari per facilitare la comunicazione, ma possono anche essere lo strumento perfetto per comunicare il nulla. C’è un intreccio profondo tra la crisi della politica e il dilagare di queste forme di comunicazione. Alle idee si sono sostituiti i leader piacioni, carini, affascinanti, anche un po’ forti nei modi, capaci di confezionare in maniera elegante il vuoto pneumatico di idee. Insomma, non devono avere idee proprie ma far apparire di averle. Tutto questo non può che produrre questo tipo di campagna elettorale. Il ricorso ai social, all’insulto, all’estrema personalizzazione nasconde (e rivela) uno spaventoso vuoto di idee e di progetto. Oggi la politica non è più vissuta come condivisione, il sentirsi parte di parte della società, ed in questo vuoto si inserisce la paura, lo smarrimento di tanta parte della società italiana».

La grande assente di queste elezioni è stata la sinistra. Perchè? Nel libro che proponiamo in questa rubrica, il politologo Paolo Pombeni individua le cause della crisi della politica di oggi anche nel non riconoscersi come “comunità di destini”, espressione che mutua da Max Weber. Pombeni definisce la costruzione della comunità di destini come il “mettere in essere e far funzionare, in maniera necessariamente evolutiva, un modo condiviso di comprendere il mondo che ci circonda, di affrontare l’interpretazione di fenomeni storici con cui ci si trova a convivere, di attribuire significati e valori agli atti che i membri delle varie formazioni sociali che innervano la comunità compiono, sia come singoli che come sistemi di relazione” (p. 42). In definitiva, manca questo modo condiviso?   

«La sinistra è tutta dentro questa crisi, anzi possiamo dire che, in qualche maniera, l’ha insieme provocata e ne è la vittima principale. L’aver sostenuto che la sconfitta storica di modelli di società che solo in apparenza si richiamavano ai valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale avesse fatto venir meno le ingiustizie che la logica dell’accumulazione e del profitto producevano è all’origine di questa crisi. La globalizzazione ha prodotto un aumento spaventoso delle disuguaglianze. Chi nasce povero è destinato a popolare le discariche umane e il mito liberista che basti impegnarsi per risalire nella piramide sociale è un drammatico imbroglio. Ripartire dagli esclusi, dagli sconfitti, da una critica radicale al capitalismo e al governo delle città è l’unica possibilità che la sinistra ha, anche nella nostra città. Tenendo insieme uno sguardo sul mondo, sulle stridenti contraddizioni che il neoliberismo porta con sè, e uno sulla città e sulle sue contraddizioni, ascoltando tutti ma avendo un preciso disegno strategico che non può essere fatto solo di cose locali».

A questo punto, le forze di sinistra che pure esistono in città, quali strade dovranno seguire per riorganizzarsi?

«La sinistra, se vuole essere tale, deve restituire alla gente la prospettiva di un cambiamento, di un mutamento radicale delle proprie condizioni di vita. Parlare di sviluppo, di socialità, di accoglienza, spazi culturali che rischiano di restare semplici enunciazioni se non iscritti in uno scenario più ampio che rimetta in discussione le attuali strategie. Avere una visione e rileggere le questioni locali all’interno della complessa postmodernità. Non riesco ad immaginare una strada diversa».

Torniamo al voto nisseno. Durante il ballottaggio c’è stato un sorpasso da parte dell’allora candidato sindaco del M5S Roberto Gambino (13.796 voti, pari al 58,85%) rispetto al candidato sindaco Michele Giarratana (9.648 voti, pari al 41,15%). Al primo turno invece il candidato del M5S aveva preso 6.051 voti contro gli 11.357 di Giarratana. Com’è stato possibile quindi il risultato del ballottaggio e soprattutto, c’è stata l’ombra di apparentamenti in sordina?

«Come Gambino abbia vinto, se grazie ad accordi sottobanco o meno, è un tema che mi affascina poco o nulla. Preferirei ragionare piuttosto come la quasi totalità delle liste erano costruite intorno a singoli personaggi più o meno autorevoli, tutti con la loro bella ricettina che, però, non ho ben compreso da cosa si distinguesse dalle altre».

Cosa ti aspetti dalla nuova giunta? Pensi che, a Caltanissetta, il M5S abbia un programma valido e che possa governare per un rilancio della città, oppure pesano i risultati raggiunti da altre amministrazioni pentastellate?

«Francamente non mi aspetto nulla di significativo, e questo lo dico al di là delle persone che comporranno la giunta, alcune delle quali, peraltro, conosco e stimo. Ripeto, non è con il buon governo che si assicura il cambiamento. Potrai forse sistemare qualche strada, dare qualche piccola e parziale risposta a questo o quel problema o pezzo di società, ma i problemi di fondo, dei diritti, della cittadinanza, così come della partecipazione, della rappresentanza e delle pari opportunità non entreranno nell’agenda di questa giunta, perchè richiedono un ripensamento profondo, e di parte, della società ed il connettere questo pensiero con altri pensieri sparsi per il mondo. Non mi pare che si vada in questa direzione».

 

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