Europa: comodo capro espiatorio della politica? Ne parliamo con Ester Vitale

Ester Vitale

In questi giorni di pandemia, ci si chiede se l’Europa farà la sua parte nel fornire l’aiuto necessario ai Paesi in emergenza sanitaria. Fino ad oggi, le notizie in proposito non sembrano incoraggianti ma, per saperne di più, abbiamo intervistato Ester Vitale, componente del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE). Alla dottoressa Vitale abbiamo chiesto anche di fornire qualche ragguaglio sull’attività degli organi consultivi della UE che, come il CESE, fungono da ponte tra le istituzioni e i cittadini.

Se la situazione non fosse tragica sembrerebbe grottesca per il riproporsi di tensioni che in Italia conosciamo bene: i Paesi del Nord da una parte e quelli mediterranei, dall’altra…

«Intanto bisogna uscire da un equivoco: una cosa è l’Unione Europea con le sue Istituzioni unitarie (Commissione Europea, Parlamento Europeo, Comitato Economico e Sociale Europeo, BCE etc.), una cosa sono i singoli Stati che compongono l’Europa.  I capi di Stato e di Governo dei singoli Stati Europei compongono il Consiglio Europeo che è l’Organismo che decide in ultima istanza. Avete presente, in questo momento la composizione dei Governi in Europa?»

In questo scenario da emergenza sanitaria, possiamo dire, però, che manchi, in Europa, la capacità di sostenersi a vicenda? E se manca questa capacità, oggi che si rivela più che mai necessaria, qual è il futuro dell’Europa?

«L’Unione Europea tramite la Commissione ha mobilitato più di 400 milioni di euro per promuovere la preparazione, la prevenzione e il contenimento del virus a livello mondiale. Per attenuare l’impatto sull’economia, la Commissione ha adottato una risposta economica globale alla pandemia che ha applicato la piena flessibilità delle norme di bilancio dell’UE, ha rivisto le proprie norme in materia di aiuti di Stato e ha istituito un’iniziativa di investimento in risposta al coronavirus con un bilancio di 37 miliardi di euro per fornire liquidità alle piccole imprese e al settore dell’assistenza sanitaria. Ha approvato un regime di garanzia per lo Stato italiano a sostegno di una moratoria sul debito da parte delle banche alle piccole e medie imprese (PMI) colpite dalla crisi del coronavirus. Al fine di destinare in tempi rapidi 25 miliardi di euro di investimenti pubblici europei per far fronte alle ricadute della crisi determinata dal coronavirus, la Commissione propone di rinunciare quest’anno all’obbligo di chiedere il rimborso dei prefinanziamenti a titolo dei fondi strutturali e di investimento europei che non sono stati spesi e che sono detenuti dagli Stati membri. Dunque gli Stati membri potranno utilizzare questi importi per accelerare gli investimenti a titolo dei fondi strutturali. Li useranno per coprire il cofinanziamento nazionale che di norma sono tenuti ad assicurare per poter ricevere le tranche successive delle rispettive dotazioni a titolo dei fondi strutturali. Alla luce dei tassi medi di cofinanziamento negli Stati membri, questi 7,5 miliardi di euro saranno in grado di innescare lo sblocco e l’utilizzo di circa 17,5 – 18 miliardi di euro di finanziamenti strutturali in tutta l’UE. Tralascio, perché ne avevamo già parlato, tutte le iniziative sui rimpatri, sulla gestione delle merci alle frontiere e sulla tutela dei Lavoratori dei trasporti. A me non sembra poco».

«Tu mi dirai ma perché, allora, i politici accusano l’Europa? Qui bisogna distinguere. I politici competenti cercano di fare pressione sui capi di Stato e di Governo perché appoggino le scelte della Commissione Europea e del Parlamento Europeo, perché cedano quote di sovranità in favore di un’Europa più coesa (ci vorrebbe a mio parere un unico Ministro delle Finanze europeo) che possa decidere in autonomia. I politici anti europei cavalcano, invece, questa crisi per indebolire ulteriormente l’UE e casomai anche decretarne la fine. Su questa ipotesi, trovano sponda nelle nazioni (ad es. la Russia) che hanno tutto l’interesse a vedere l’Europa ridotta a un insieme di staterelli da potere maneggiare come si vuole.  In tutti i politici, comunque, vedo la voglia di trovare un capro espiatorio cui, eventualmente, addossare il fallimento delle proprie politiche».

«Mi chiedi quale è il futuro dell’Europa. È difficile prevedere cosa accadrà. Io credo che se le persone fossero adeguatamente informate, capirebbero che non solo il nostro futuro è nell’Europa ma che le stesse Istituzioni Europee dovrebbero anzi essere rafforzate contro gli egoismi e i capricci degli Stati Membri. Purtroppo però c’è molta disinformazione e, come dicevamo, c’è anche chi cavalca questa disinformazione. Inoltre non bisogna dimenticare l’orientamento dei Governi degli Stati Membri. L’unione Europea solidale e mutualistica era un’idea che veniva fuori dai Governi socialdemocratici dell’Europa che, per una certa fase, sono stati maggioritari. Oggi gli Stati che compongono l’UE si sono spostati a destra e dunque è ovvio che la solidarietà è passata in secondo piano rispetto agli interessi del libero scambio e della libera circolazione delle merci tanto per fare un esempio. Il futuro dell’Europa è dunque strettamente legato all’idea di Società che i cittadini europei vorranno realizzare e che esprimeranno attraverso il loro voto».

Secondo te, quale potrebbe essere una soluzione praticabile per assicurare un aiuto efficace ai Paesi in difficoltà (e il fronte dei Paesi in difficoltà potrebbe pure allargarsi) per il necessario protrarsi dell’emergenza sanitaria?

«Circa gli aiuti ai Paesi in difficoltà oltre a quello che è stato già fatto, personalmente sono favorevole all’emissione di Eurobond. Però va detto onestamente che questa soluzione non è di rapida realizzazione. Non rientra nei Trattati e non c’è un’Autorità incaricata di emetterli. Insomma si dovrebbe inventare tutto dall’inizio. Anche se già molti studi sono stati fatti e potrebbero essere presi a riferimento.  Come è noto però, alcuni Paesi Olanda, Germania e Austria in testa, non sono d’accordo preferendo agli Eurobond una soluzione già esistente e cioè il Meccanismo Europeo di Stabilità. Sappiamo che la destra (che secondo me non ha capito il meccanismo) non ne vuole sentire parlare ma che anche il M5S è contrario. Ora, io penso che una riforma è senz’altro necessaria ma il MES rappresenta comunque un importante esercizio di solidarietà europea. Una solidarietà ancora più importante per i paesi più indebitati, a partire dall’Italia che attraverso un momento molto difficile e dovrà fare i conti con l’ingente impatto economico negativo legato al corona virus. D’altra parte quale alternativa avremmo se il MES non ci fosse? Se i mercati giudicassero insostenibile il nostro debito ci costringerebbero, di fatto, a ristrutturarlo in modo traumatico e disordinato proprio perché mancherebbe l’intervento di un arbitro pubblico (e potenziale finanziatore) come il MES. Io credo che intanto che chiede gli Eurobond, l’Italia farebbe meglio a negoziare diverse condizioni per l’applicazione del MES perché l’emergenza è adesso e non è possibile aspettare tempi lunghi».

Ricordiamo che fai parte del Comitato Economico e Sociale Europeo, un organo consultivo dell’Unione, che comprende rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e di altri gruppi di interesse. Il CESE fa da ponte tra le istituzioni decisionali della UE e i cittadini dell’Unione, formulando pareri. In questa situazione, in che modo vi farete sentire?

«Come CESE siamo impegnati su tutti i fronti a sostenere gli aiuti ai Paesi in difficoltà, a tutelare i Lavoratori e le Imprese in questo momento e per questo facciamo sentire quotidianamente la nostra voce sia alla Commissione ma anche alle Autorità finanziarie europee. È di pochi giorni fa la notizia che Basilea III è stata rinviata di un anno. Questo darà più possibilità alle nostre Banche di fornire liquidità alle Imprese. E anche su questo il Cese si è speso molto».

 

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