Il rifiuto dei rifiuti: un contributo di Angelo Emanuele Parisi

Riceviamo e pubblichiamo da Angelo Emanuele Parisi:

Le immagini sono tratte da “Sole 24 ore” e ISPRA

L’eco mediatica

Diciamocelo con onestà: Greta Thunberg ha avuto il merito di fare alzare nell’opinione pubblica la soglia dell’attenzione sulle problematiche ecologiche. In Italia poi, l’eco delle sue battaglie e delle manifestazioni studentesche di piazza, non ha avuto pari neanche quando si parlava della terra dei fuochi, quando c’era gente che, ogni giorno dietro l’angolo di casa nostra, moriva d’inquinamento e di abbandono. Adesso improvvisamente ci riscopriamo tutti ecologisti grazie ad una sedicenne. Meglio questo che niente, diceva mio nonno. Alla fine dell’estate buona parte della foresta amazzonica è andata in fumo o meglio è stata data alle fiamme. Anche questo fatto ha suscitato più clamore nell’opinione pubblica di quando, già nel lontano 2016, la compagnia Petroamazonas pianificava la trivellazione della foresta nello stato dell’Ecuador con novantasette pozzi petroliferi. Quattro mesi fa, cioè molto prima degli incendi e della successiva mobilitazione generale di popoli e capi di stato, era stata sversata direttamente nel suolo e nei fiumi una abnorme quantità di petrolio, che ha provocato un inquinamento massivo e diffuso di gran parte della stessa foresta. Oggi le popolazioni che vivono lì fanno i conti con tumori, infezioni, acqua inquinata, isole che galleggiano sul petrolio sversato intenzionalmente nel terreno. A Pacayacu, nell’Amazzonia del nord dell’Ecuador, l’umile popolazione che la abita è stata piantata dal circo mediatico, rimanendo sola a lottare contro la società petrolifera che, nel cuore del parco nazionale Yasunì, estrae l’oro nero. Una popolazione intera abbandonata al cancro che divora in particolare le donne, nel silenzio e nell’indifferenza del mondo intero.

Lo stato attuale

Attualmente non c’è pubblicità che non reclamizzi quanto questo o quel prodotto sia ecologico, riciclabile, realizzato con energia pulita e a basso impatto ambientale. Ora anche le multinazionali che per definizione sono sorde alle problematiche ambientali ed umane della terra, si riscoprono inaspettatamente ecologiste. No. Non si sono redente, ci mancherebbe altro. Hanno capito che quello che tira per adesso è il packaging ambientalista. Dalle auto agli assorbenti, dai prodotti per la pulizia della casa ai materiali per l’edilizia, passando perfino dall’acqua minerale che non dovrebbe avere un contenuto particolarmente inquinante in sé ma di cui viene magnificato il contenitore, sempre di plastica e a volte anche la dislocazione più razionale delle fonti, in modo da diminuire i trasporti e quindi il conseguente inquinamento prodotto (camuffando il fatto che a loro – alle multinazionali – tutto questo conviene e ritorna nei loro guadagni). Anche il Vaticano si è adeguato all’esigenza divenuta moda, fornendo borracce per l’acqua ai relatori dei briefing del Sinodo sull’Amazzonia. In verità da queste parti sono molto sensibili ai temi dell’ecologia e dell’ambiente e già da tempo il sistema di raccolta e smaltimento è all’avanguardia per i risultati ottenuti. Nel frattempo, in Italia continuiamo a produrre e ad accumulare rifiuti che non sempre vengono correttamente differenziati. La raccolta differenziata è passata dal 48,28% del 2013 al 55,54% del 2017 (ultimi dati disponibili ISPRA aggiornati al 2019), con punte di eccellenza al nord Italia e livelli ancora troppo bassi nel sud. Abbiamo dovuto provare ad adeguarci alle direttive europee. In particolare, la Direttiva CE 2008/98 e la Direttiva CE 2018/851, che modifica parzialmente la precedente, sono chiare nel definire il principio gerarchico dei rifiuti: prevenzione, riutilizzo/riuso, riciclo, recupero energia, smaltimento.

Il processo perfetto

Diciamo subito che al momento non esistono al mondo prodotti che generano zero rifiuti e che per questo possano favorire il riutilizzo/riuso del prodotto. Per tutta la stragrande maggioranza dei prodotti invece si dovrebbe provvedere al riciclo della materia utilizzata. In un quadro di un sistema di gestione virtuosa si potrebbe arrivare ad un massimo dell’80% dei rifiuti riciclati (e non è facile), mentre il rimanente 20% deve essere smaltito. Anche il riciclo tuttavia non è totale ed immediato. Facciamo l’esempio della plastica. Una parte di materia viene già scartata nella fase selettiva perché non riciclabile. Di quella che passa una parte viene riciclata ed un’altra viene ulteriormente eliminata. Alla fine, si ha il prodotto finito. Di questo prodotto finito una parte trova ingresso nel mercato, un’altra rimane invenduta e stoccata in attesa di tempi migliori. Rimangono adesso da smaltire le materie scartate durante la lavorazione. Questo vale per la plastica, il vetro, il cartone, il metallo. Alle materie scartate dalla lavorazione del riciclo va anche aggiunta la buona parte di indifferenziata da cui sono stati prelevati materiali ferrosi, elettronici e quant’altro ci sia di prelevabile, per realizzare ad esempio prodotti per la bioedilizia o per l’arredamento. La rimanente parte dei rifiuti dovrebbe essere inertizzata, trasformata, compattata, riducendo al minimo il rischio inquinamento (non eliminandolo del tutto) e infine smaltita.

Discariche e termovalorizzatori

A questo punto avremo tutta una serie di rifiuti e di scarti di lavorazione di rifiuti che aspettano di essere collocati. Ci sono due opzioni: discariche o termovalorizzatori. Le discariche, di fatto disincentivate dall’Unione Europea, hanno un enorme impatto ambientale, dovuto alla quantità di superficie utilizzata e al percolato che si forma e che prima o poi inquina irreversibilmente terreni e falde. Rimangono i termovalorizzatori che oltre a bruciare i rifiuti producono energia. Pensare di eliminarli è pura propaganda, a meno che non pensiamo di mandare i rifiuti finali non trattabili sulla luna. Attualmente in Italia sono presenti 56 termovalorizzatori al nord, 16 al centro e 16 al sud. Il termovalorizzatore per essere redditizio dovrebbe essere il più possibile a chilometro zero, sia per i costi che avrebbe il trasporto dei rifiuti dalla raccolta all’inceneritore, sia anche perché lo stesso trasporto è un’ulteriore fonte di inquinamento. La Campania ha esportato rifiuti negli inceneritori del nord Italia, per un costo medio di 200 euro a tonnellata spingendosi fino in Olanda e Portogallo, sostenendo costi elevatissimi e con effetti disastrosi dovuti al congestionamento della raccolta. Nel frattempo, le casse delle ecomafie si sono abbondantemente impinguate per la proliferazione delle discariche abusive e per l’infiltrazione capillare e sistematica nei processi decisionali di gestione e smaltimento dei rifiuti, grazie anche alla complicità dei soliti politici e funzionari corrotti di turno che non mancano mai.

In conclusione

La visione sul futuro dei termovalorizzatori del precedente governo era schizofrenica: Di Maio li definiva roba vintage e non ne avrebbe voluto neanche uno (ma non aveva nessun’altra soluzione alternativa sostenibile), Salvini ne avrebbe voluto uno per provincia (senza dire con quale copertura finanziaria li avrebbe voluti realizzare). Diciamo subito che il parco dei termovalorizzatori italiani è alquanto obsoleto, perché molti sono relativamente inquinanti e a volte privi dei requisiti minimi di sicurezza. In Italia siamo lontani dal termovalorizzatore con la pista da sci di Copenaghen ma anche da termovalorizzatori che inquinino il meno possibile e che siano sufficientemente sicuri per l’impatto ambientale che determinano sul territorio e sulla popolazione. Alcuni di quelli che abbiamo in atto si potrebbero adeguare, altri dovrebbero essere completamente dismessi e bonificati. Anche su questo ci sarebbe molto da dire, come ad esempio è accaduto per alcuni termovalorizzatori che avrebbero dovuto essere adeguati e per cui erano già stati reperiti e stanziati i fondi e che invece quando tutto sembrava pronto, la burocrazia ha bloccato mettendosi di traverso e facendo perdere così altro tempo e altro denaro. Naturalmente tutto questo ha un costo. Come ha un costo ogni nostro rifiuto.

E voi, siete d’accordo sui termovalorizzatori?

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