Immaginare un nuovo modello di società: così il PD nisseno sull’operazione Attila

(Foto tratta dal web)

Il Circolo PD “Guido Faletra” prende posizione in merito all’operazione Attila sul caporalato nelle campagne nissene, con un comunicato stampa firmato dal segretario Carlo Vagginelli, che riceviamo e pubblichiamo:

«L’assassinio di Adnan Siddique ha scosso irrimediabilmente la nostra città, per la violenza e l’efferatezza del crimine, per la gravità del contesto criminale che ha preceduto l’omicidio, per la generosità ed il coraggio di quel giovane, amato e rispettato da tanti concittadini.

Il Partito Democratico di Caltanissetta è sceso in piazza insieme ai sindacati e a decine di associazioni, chiedendo verità e giustizia per Adnan e da quel giorno ha fatto del contrasto al caporalato un tratto distintivo del suo impegno politico. La stessa intitolazione del neonato Circolo dei Giovani Democratici vuole sottolineare il legame e la riconoscenza che la nostra comunità nutre nei confronti di quel giovane, disposto a spendere la sua vita per difendere i più deboli.

Oggi salutiamo con grande soddisfazione l’operazione di polizia che ha fatto luce sulle dimensioni e la gravità del contesto criminale e di sfruttamento del lavoro presente nel nostro territorio. Un vero e proprio regime di vessazione e terrore, perpetuato con metodo para mafioso a danno di donne e uomini indifesi.

Gli arresti e le indagini delle forze dell’ordine danno un bel segnale della volontà di reagire che anima le nostre istituzioni, un grande ringraziamento va quindi espresso nei confronti della Squadra Mobile di Caltanissetta e dell’autorità giudiziaria.

Allo stesso tempo, occorre ribadire la necessità di un impegno maggiore della politica, tanto a livello nazionale e regionale quanto a livello locale. Il caporalato – è bene ricordarlo – non si riduce ad una condotta criminale, ma ha radici che affondano saldamente in dinamiche economiche e sociali da combattere e cambiare. Mi riferisco a rapporti commerciali segnati dallo strapotere della grande distribuzione, all’assenza di strumenti di intermediazione lecita efficaci, alla condizione di ricattabilità che coinvolge tante lavoratrici e tanti lavoratori, spesso perché stranieri irregolarmente presenti nel territorio dello Stato.

Ciò è vero soprattutto nella nostra provincia, una terra afflitta da una situazione di grave marginalità sociale, economica e culturale e che per questa ragione è un luogo in cui il caporalato può diffondersi e proliferare facilmente, come un virus in un corpo con basse difese immunitarie. Gli alti tassi di disoccupazione giovanile e di dispersione scolastica, la carenza di infrastrutture materiali ed immateriali, la fragilità e la lentezza dei servizi pubblici fanno di Caltanissetta il terreno fertile per organizzazioni criminali dedite allo sfruttamento delle persone.

Anche per questo aggredire il tema del caporalato significa soprattutto immaginare un nuovo modello di economia e di società, in cui sviluppo e uguaglianza vadano di pari passo. Occorre ripensare le filiere di produzione e distribuzione, occorre investire sull’agricoltura moderna e di qualità, occorre scommettere sulla formazione, sul lavoro stabile, regolare e ben retribuito, su politiche di inclusione e di accoglienza. Occorre immaginare un futuro diverso.

Noi pensiamo che proprio da Caltanissetta debba partire una mobilitazione che sappia attraversare tutta la nostra isola dicendo che il buon lavoro produce lavoro. L’obiettivo dev’essere un intervento normativo regionale che integri ed attui quanto già previsto dalla legge 199/2016, facilitando l’incontro regolare tra domanda e offerta di occupazione, assicurando l’erogazione di servizi essenziali per i lavoratori, destinando agevolazioni e finanziamenti alle imprese impegnate nel garantire un rapporto adeguato tra la quantità e la qualità dei beni o servizi offerti e la quantità delle ore lavorate.

Allo stesso tempo, sarà necessario potenziare i controlli ispettivi ed investire sulla Rete del lavoro agricolo di qualità, così da garantire il rispetto delle regole e sostenere chi si impegna per lo sviluppo e la buona occupazione. Serve quindi una battaglia politica, da promuovere nella società ed in seno alle istituzioni regionali, coinvolgendo e mobilitando le tante energie che questo territorio può offrire.

Un contributo importante potrebbe venire anche dalla nostra amministrazione comunale, che dovrebbe accompagnare il sostegno offerto nelle aule giudiziarie con scelte amministrative coerenti. Anche su questo fronte non mancano proposte concrete, a partire dall’adozione di un protocollo appalti che indirizzi le risorse pubbliche attorno a criteri di valutazione improntati ai principi di legalità, sostenibilità ambientale e promozione del lavoro di qualità. Si è fatto a Bologna e in tante altre città del nostro Paese, potrebbe accadere lo stesso anche da noi.

Allo stesso tempo, sarebbe possibile combattere il lavoro nero attraverso misure penalizzanti che già a livello locale sanzionino le imprese che impiegano manodopera irregolare, ad esempio introducendo un regolamento sulla gestione del suolo pubblico che preveda la revoca delle concessioni per le attività commerciali e imprenditoriali che non rispettino le norme in materia retributiva, contributiva e di sicurezza sul lavoro. Anche in questo caso si tratterebbe solamente di replicare quanto già fatto da altre amministrazioni comunali, a Napoli ed in tante altre città.

Molto si potrebbe fare, infine, sul fronte delle c.d. politiche attive per il lavoro, facilitando l’incontro tra domanda ed offerta di occupazione attraverso l’accreditamento del Comune presso l’Albo Regionale degli Operatori per i Servizi al Lavoro, ma anche promuovendo stage e attività formative appositamente destinate a chi si trova in condizioni di difficile occupabilità come fatto dagli Sportelli Lavoro del Comune di Milano.

Insomma, c’è una sfida enorme da affrontare ed ancora una volta ha a che vedere con la dignità delle persone e del loro lavoro. Meno di un mese fa abbiamo ricordato la tragedia mineraria di Gessolungo e le 65 persone morte a causa di un sistema economico profondamente ingiusto. Come accaduto allora, anche oggi occorre costruire una reazione civile, sociale e politica adeguata, noi siamo disposti a fare la nostra parte impegnandoci al fianco di chiunque abbia a cuore i diritti di chi è più debole. Siamo sicuri che ci ritroveremo in tante e tanti e siamo certi che lo faremo nel nome di Adnan Siddique».

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