In ricordo di Katiuscia Volpe

Esistono persone che sono inestricabilmente associate ai luoghi in cui vivono. Persone che rappresentano la città pur senza averne alcun titolo istituzionale ma per il fatto che le loro vite diventano, per diverse ragioni, collettive. Una di queste è Katiuscia Volpe, deceduta nei giorni scorsi, a cinquant’anni. Spetterà al medico legale stabilire il quando e il perché di questa morte. Per chi vive o bazzica il centro storico, Katiuscia era una presenza familiare, seduta sul muretto che affianca la villa Cordova, in via Cavour, davanti ai necrologi. Chi, passando di là, non l’ha mai vista? Magari in compagnia di qualche anziano o sola, con in mano una birra.  Questi, però, sono gli ultimi tempi di una vita la cui giovinezza si è svolta negli anni Ottanta, in una città molto diversa da quella di oggi.

«Ho conosciuto Katiuscia quando aveva diciott’anni, era il 1985 o 1986» dice Patrizia Sanapo, che era sua amica. «Katiuscia era molto fine e vestiva bene, anche perché era molto bella». «Poi siamo state colleghe nel settore dell’abbigliamento, perché entrambe lavoravamo in due negozi che erano l’uno di fronte all’altro. Il primo giorno che la vidi, me lo ricordo ancora, stava sistemando la vetrina e gli automobilisti rallentavano la guida per guardarla. Non sto esagerando. Era una persona come tutti e quello che le è successo forse sarebbe potuto succedere a chiunque, in determinate circostanze». Questo è il racconto di Patrizia, sei anni nell’abbigliamento e ventisei nel settore della ristorazione.

Erano gli anni in cui i negozi del centro erano pieni, gli anni di Fiorucci, Jorghens Club, Bla Bla, che fornivano vestiti ed accessori all’ultima moda ai giovani dell’epoca. Erano gli anni in cui si usavano i cinturoni, i fuseaux, le giacche con le spalline, il gel nei capelli. Erano anche gli anni della diffusione dell’eroina in città, con le conseguenze drammatiche che provocò su un’intera generazione.

In una società ancora patriarcale e in una cittadina di provincia, una vita sopra le righe le donne la soffrono di più. Nessuno può sapere del dolore, del disagio, della solitudine che prova un’altra persona, sebbene ci cammini accanto. Una cosa, però, è certa: da oggi il muretto della via Cavour sarà un po’ meno familiare a chi vi passa tutti i giorni. Un altro pezzo di Caltanissetta, di quella città che conosciamo, se n’è andato.

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