La pandemia in Thailandia: ne parliamo con Fernanda Bellomo

Fernanda Bellomo

Come se la passano, in questo momento, i nisseni nel mondo? C’è chi vive fuori per lavoro, chi è andato via ormai da molto tempo e chi cerca invece di tornare a Caltanissetta ma non può, a causa dell’emergenza sanitaria. Abbiamo deciso di continuare il nostro giro di interviste per avere notizie ed opinioni su questo momento drammatico. Fernanda Bellomo è originaria di Caltanissetta ma vive in Thailandia da circa un anno. Le abbiamo chiesto come si trova e come la Thailandia ha reagito alla pandemia. Dall’intervista emerge una visione degli occidentali molto simile a quella che spesso gli italiani hanno delle persone migranti. Fernanda ha voluto documentare le sue affermazioni con fonti giornalistiche reperibili su internet, che abbiamo deciso di lasciare nel testo nel caso qualcuno voglia approfondire.

Posso chiederti in quale città della Thailandia vivi? Sei andata per lavoro? Di cosa ti occupi e da quanto tempo vivi lì?

«Vivo a Chiang Mai, a nord della Thailandia, non lontano dal confine con il Myanmar, ormai da più di un anno».

Come ti trovi? Cosa ti manca più dell’Italia e cosa invece non ti manca affatto…

«Indubbiamente sento la mancanza dei miei affetti più cari. Vivere in Thailandia ha molti pro e contro: la bassa pressione fiscale ti permette di mantenere un discreto tenore di vita nonostante gli stipendi non molto alti. Il clima tropicale non ti fa rimpiangere le fredde serate invernali nissene ed essendo una grande città, non è difficile reperire qualsiasi prodotto, sia europeo che asiatico.  D’altro canto la Thailandia è una monarchia parlamentare, per cui il controllo sulla popolazione è assoluto. Questo aspetto è particolarmente rilevante se sei un “farang” (occidentale) in quanto la condizione di straniero ti sottopone ad un maggiore controllo ed esclude la possibilità di poter far valere qualsiasi diritto. Altro aspetto da considerare è la sanità privata. Le aziende che assumono farang, di norma, offrono un’assicurazione privata oltre a quella pubblica (che dà accesso a pochissime prestazioni). Con la revoca del work permit, a seguito di dimissioni o licenziamento, automaticamente l’assicurazione privata decade e i costi della sanità diventano parecchio esosi e, spesso, insostenibili».

Parliamo dell’emergenza sanitaria. Qual è l’impatto del Covid-19 in Thailandia e nella zona dove vivi…

«I casi di Covid-19 nel nord della Thailandia sono (ufficialmente) pochi. Nonostante ciò vengono eseguiti controlli a tappeto sulla popolazione: è obbligatorio indossare la mascherina ovunque, all’entrata di qualsiasi supermercato, ospedale o ufficio viene effettuato il controllo della temperatura e viene fornito del disinfettante gel per le mani e spesso vengono istituiti dei posti di blocco con militari dotati di termometro il cui scopo è semplicemente quello di verificare la temperatura di chi si trova su strada. L’impatto delle misure prese però ha effetti devastanti sulla popolazione: l’economia thailandese si basa sul turismo e i thailandesi sopravvivono grazie a lavori poco retribuiti (lo stipendio per un lavoro full time è, in media, di 9.000 baht  al mese e corrisponde a circa 300 Euro). La chiusura delle frontiere e la chiusura temporanea delle attività commerciali non indispensabili, rischia di far sprofondare la popolazione in condizione di povertà assoluta e gli ammortizzatori sociali studiati per far fronte all’emergenza non sono sufficienti (https://www.thaipbsworld.com/thai-pm-admits-government-can-only-afford-single-5000-baht-subsidy-payment/)» .

Quali misure ha adottato il governo thailandese per fermare il contagio?

«Le misure atte a contenere i contagi di Covid-19 in Thailandia prevedono la chiusura delle attività commerciali non essenziali, delle palestre e piscine, anche condominiali, al divieto di vendita di alcolici e il distanziamento obbligatorio all’interno delle attività rimaste aperte (supermercati, lavanderie, etc.).  Non sono previste limitazioni per lo spostamento delle persone (a patto che siano rispettati gli obblighi sull’uso delle mascherine e le distanze sociali) in determinate fasce orarie, mentre è previsto il coprifuoco per tutta la popolazione, ad esclusione di poche categorie di lavoratori, dalle ore 22:00 alle ore 4:00. Un punto che merita particolare attenzione è la comunicazione fatta dal governo thailandese alla popolazione a cui viene chiesto di fare particolare attenzione alle pubblicazioni in merito all’attuale situazione thailandese in quanto è applicato un controllo maggiore alle comunicazioni che passano attraverso la rete e ai social network in particolare (https://www.bangkokpost.com/thailand/general/1885475/emergency-decree-coming-thursday).

Come vedono i thailandesi voi italiani, anche alla luce di questa situazione…

«L’emergenza Covid-19 è stata utilizzata dai politici locali come scusa per alimentare sentimenti di odio razziale. Circa un mese fa, all’inizio dell’emergenza, il Ministro per la salute thailandese ha affermato che i “farang” in generale sono sporchi e rifiutano di indossare le mascherine per cui è necessario prestare più attenzione allo “straniero” che non agli asiatici. Sfortunatamente non siamo nuovi a questo genere di propaganda, quotidianamente utilizzata anche in Italia, e conosciamo bene quali siano i risvolti di questo genere di politiche (https://thethaiger.com/coronavirus/thai-health-minister-has-a-slash-at-dirty-farang)».

In questo momento lavori o vorresti venire in Italia? Quali sono i principali ostacoli nel caso tu voglia venire e da quale governo provengono…

«A gennaio ho rassegnato le dimissioni dall’azienda per la quale lavoravo. L’idea era quella di tornare in Italia per cercare di portare avanti i progetti che mi hanno spinta a trasferirmi temporaneamente in Thailandia.  L’azienda per cui lavoravo, come da accordi, ha acquistato un biglietto aereo per permettermi di tornare in Italia. Il primo ostacolo è stato dovuto alla cancellazione del volo: la compagnia aerea con la quale avrei dovuto viaggiare ha sospeso i voli per l’Italia e ha fornito un voucher per l’utilizzo della somma spesa entro 12 mesi. Le altre compagnie hanno iniziato a dirottare gli arrivi tra la Svizzera e la Germania, per poi cancellare definitivamente i voli per l’Europa. I voli per i rimpatri sono stati pochi (2 in tutto quelli organizzati dallo Stato italiano), mal gestiti ed estremamente cari. Il primo volo , che avrebbe dovuto essere l’unico secondo le comunicazioni ufficiali dell’ambasciata, è stato comunicato con un paio di giorni di preavviso e, a causa della sospensione delle vie di comunicazioni interne, sarebbe stato impossibile da raggiungere (https://ambbangkok.esteri.it/ambasciata_bangkok/it/ambasciata/news/dall_ambasciata/2020/04/messaggio-dell-ambasciatore-sul.html).

La stessa situazione si è ripresentata per il secondo volo, previsto per giorno 27 Aprile con partenza da Phuket.  Per quanto riguarda la gestione dei “farang” presenti in Thailandia da parte del governo thailandese si è assistito a più fasi: una prima fase in cui spopolava la propaganda anti-straniero (https://thethaiger.com/coronavirus/as-the-highly-infectious-covid-19-disease-spreads-thai-pbs-world-reports-that-the-citys-expatriate-population-has-reason-to-be-nervous ; https://thethaiger.com/coronavirus/foreigners-banned-from-entering-thailand-with-a-few-exceptions ) per cui anche uscire dal Paese per chiedere un visa run diventava impossibile. In questa fase il governo thailandese ha annullato il visto gratuito per turismo e ha concesso delle estensioni di un mese al costo di 1900 baht (circa 50 Euro) sfruttando al massimo la situazione. La seconda fase, quella attuale, garantisce l’estensione del visto fino a fine luglio (fino a qualche giorno fa era garantita fino a fine aprile)».

Come pensi si evolva la situazione e cosa intendi fare nell’immediato futuro. Cercherai di tornare o aspetterai che l’emergenza Covid-19 rientri del tutto?

«Sfortunatamente la fine di questa emergenza sembra ancora lontana e l’unica scelta possibile per il momento è l’attesa, nonostante le difficoltà che ci si ritrova ad affrontare da “farang”, senza un work permit e senza possibilità di cercare un lavoro che ti metta nelle condizioni di lavorare legalmente (la maggior parte delle aziende sono chiuse e quelle aperte riducono le ore di lavoro dei dipendenti e, di conseguenza, gli stipendi). Come già accennato, faccio parte di un ristretto gruppo di persone particolarmente fortunate: il fatto di avere già una casa e di conoscere la città fa sì che i costi per sopravvivere in questa situazione siano più contenuti».

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