L’agnello pasquale: tra sacro e profano, una specialità tutta nostra

La gola è annoverata fra i sette vizi capitali ma non tutti sanno che alcune delle più note delizie della pasticceria siciliana, così come alcune fra le più prestigiose birre nel mondo, vengono prodotte niente poco di meno che all’interno di monasteri. L’agnello pasquale e i dolci di riposto, le birre trappiste e molto altro dimostrano quanto mangiare e bere siano pratiche oscillanti tra sacro e profano.

Proprio perché è trascorso solo qualche giorno dalla Pasqua, è bello ricordare le varianti siciliane dell’agnello pasquale, a Erice ripieno di cedrata, a Mirto, bianco e nero come la pignolata, dolce tipico di tutta la zona del messinese, nel centro Sicilia fatto di pasta reale e, come a Favara, paese in cui l’agnello pasquale viene festeggiato con una sagra, ripieno di pistacchio. Insomma, esiste un agnello pasquale per ogni provincia siciliana e le origini di queste prelibatezze si perdono nella notte dei tempi. Prima di approdare nelle moderne pasticcerie, infatti, le ricette dell’agnello pasquale venivano custodite gelosamente al chiuso dei monasteri e realizzate dalle religiose tenendo conto del paesaggio e dei saperi di ciascuna parte dell’isola.

Questa rappresentazione dolciaria simbolo della resurrezione di Gesù Cristo dimostra, insieme ad altri dolci isolani come i pupi di zucchero o le ossa di morto, quanto la pasticceria siciliana sia un vero e proprio colpo d’occhio e quanto tenti di avvicinarsi fedelmente alle immagini dei racconti che vuole narrare, un po’ il contrario di ciò che invece avviene nella letteratura, più ricca di interpretazioni che di immagini realistiche. Insomma, anche attraverso la pasticceria ci si trova davanti all’enigma di un’isola che si dimostra ampia e varia quanto un continente.

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