Rimembranze musicali e letterarie in tempi di coronavirus. Il contributo dell’architetto Pierluigi Campione

Pierluigi Campione

Riceviamo e pubblichiamo il contributo dell’architetto Pierluigi Campione su spunti musicali e letterari in tempi di emergenza sanitaria:

Rifugiarsi nella letteratura e nella musica, in questo periodo surreale di fermo biologico imposto dal dilagare di un male oscuro e incontrollabile? O nella letteratura e nella musica trovare presagi, chiavi di lettura, soluzioni – interiori e non – al malessere dilagante legato al repentino sovvertimento degli schemi comportamentali, sociali, lavorativi che l’emergenza coronavirus impone?
I riferimenti, i ricordi, le citazioni si affastellano, dai più colti ai più “pop”. Eccone due ai poli opposti, tra gli innumerevoli che si potrebbero ricordare, citare, e che balzano alla mente.
La nostalgia della gioventù non può che ricondurre agli anni ’90 e all’allora emergente gruppo rap italiano Articolo 31 che, nella visionaria canzone “2030”, raccontava di un futuro lontano in cui sarebbe dilagato un virus più contagioso dell’AIDS.

Ritornello seducente e testo sconfortante, nella consuetudine di quel genere musicale.

Ma come non pensare allo scrittore maledetto Henry Miller che nel suo capolavoro Tropico del Cancro, storia dei tanti americani giunti a Parigi nei primi del novecento con velleità artistiche, dedica l’incipit ad una immaginaria realtà dorata, Villa Borghese, in cui il suo compagno di avventure Boris, pur nella lussuosa residenza è afflitto dai pidocchi ed emana presagi nefasti sul futuro, in cui immagina calamità e devastazioni senza scampo alcuno?
La musica, la letteratura, la filosofia hanno spesso messo in discussione gli equilibri, le certezze, gli schemi dell’epoca; ricordandoci che nulla è immutabile, nulla è certo e rimarcando la fragilità dell’esistenza rispetto alle imprevedibili variabili cui possiamo essere soggetti. In alcuni casi tuttavia disegnando scenari, seppure spesso ideali e utopistici, in cui la mutazione, ideale e pratica, dell’approccio del genere umano all’esistenza quotidiana avrebbe potuto garantirci la sopravvivenza.
È quello che sta avvenendo in questo periodo: una grande, dolorosa e purtroppo per alcuni fatale lezione sulla precarietà cui siamo inevitabilmente soggetti. Noi genere umano, nei nostri riferimenti culturali, religiosi, socioeconomici e nelle conseguenti azioni e prassi.
Ma forse, come cantavano i REM negli anni ’80, in una canzone dal testo psichedelico e apparentemente sconnesso ispirato ad una futura guerra mondiale, questa è soltanto “la fine del mondo per come lo conosciamo”; seppur aggiungendo, tra parentesi, “ed io mi sento bene”. Dopo questa tragica epidemia globale, senza muri né confini, non saremo gli stessi, e speriamo saremo migliori, ma staremo bene.

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