Se chiude il mondo dello spettacolo… Considerazioni di Andrea Marchese

Andrea Marchese, filmaker e fotografo nisseno

Piazze bollenti in diverse città d’Italia contro il nuovo DPCM e le ricadute che potrebbe avere sulla vita di molti lavoratori e aziende. Se l’emergenza sanitaria resta la prima e indiscussa questione da affrontare, la crisi economica preoccupa molti settori, dalla ristorazione fino al cinema e al teatro. Così abbiamo deciso di sentire l’opinione di chi opera nei settori più colpiti, il parere di chi ha qualcosa da dire, pur non sminuendo la drammaticità della pandemia.

Andrea Marchese è un filmaker e fotografo di origini nissene dalla produzione piuttosto eclettica, premiato, lo scorso anno, al Viva Film Festival di Sarajevo. Uno dei suoi ultimi film, Favoletta Ericina è stato presentato, nel novembre scorso, al Moviemmece di Napoli. Attualmente Andrea lavora su un progetto seriale di cinema comunitario ed ha realizzato il primo episodio, Eja, nel 2020, in Sardegna. Recentemente ha partecipato con diverse opere a vari festival internazionali di cinema, tra cui il Diametrale Experimental Film Fest di Innsbruck e il Festival du Film de Lama, in Corsica.

«La decisione del governo di chiudere il mondo dello spettacolo» dice Andrea Marchese «al di là delle dovute considerazioni sulla sicurezza sanitaria, mette purtroppo in luce un aspetto centrale e rivelatore della nostra società: il concetto di necessità. Come se bastasse all’uomo sopravvivere di nutrizione, come se non fosse necessario astrarre attraverso l’arte, diventare e percepire altri mondi, spazi, forme. Sperimentare con il cinema, il teatro, la musica, punti di vista inediti coi quali aprire un varco nel proprio pensiero, ampliandolo, alimentandolo. Sembra non rientri nei piani dei governi la cura del pensiero, la coltivazione di nuovi orizzonti. Decreti tesi al sacrificio di un concetto governativo di superfluo, alla negazione di spazi e tempi per rifiatare, osservare l’orizzonte, al di là delle debite restrizioni utili a diminuire e azzerare la prossimità fisica. Perché nei già piagati luoghi dello spettacolo italiano, sarebbe bastato prendere le dovute precauzioni (come già sperimentato con successo con un solo contagio su 350 mila spettatori) per scongiurare i riprovevoli assembramenti, coltivando la responsabilità civile e nutrendo di fiducia i cittadini, oggi come non mai anelanti di astrazione. Sarà forse l’occasione per tornare alle carovane teatrali negli autobus di linea urbani, o finalmente per riuscire a sanare la secolare frattura tra chiesa e teatro, in questo caso senza staccare biglietti».

La situazione sanitaria è difficile e il DPCM trae le sue ragioni da questo scenario. Parlarne, però, serve a capire se i provvedimenti avrebbero potuto essere impostati meglio, o semplicemente a non dimenticare le voci di chi è chiamato a duri sacrifici.

 

 

 

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