Una città visibile da Leandro Janni a Cinzia Milazzo

Cinzia Milazzo durante la cena etnica organizzata diversi mesi fa

Abbiamo inserito questa intervista nella rubrica “Città visibili” perché una città può essere vista non solo attraverso immagini e scatti fotografici ma anche attraverso le parole di chi la racconta. È possibile cioè farsi un’idea della città che viviamo anche, e forse meglio, prestando ascolto alle parole di chi ne ricorda i fasti antichi e la decadenza attuale. Ieri diverse testate locali hanno pubblicato una nota dell’architetto Leandro Janni, scritta sull’onda di un articolo uscito il 2 febbraio su “Sicilian Post”, a firma Joshua Nicolosi. Nel suo intervento, l’architetto Leandro Janni dopo aver ripreso le parole di Nicolosi a proposito di quella “piccola Atene” di intellettuali che, a Caltanissetta, rappresentò una forza critica viva, visionaria come solo la forza del pensiero libero può essere, si sofferma a riflettere sull’oggi. Dalle parole di Janni esce il ritratto di «una città sfibrata, sfiancata da troppe periferie, (…) da troppe illusioni e troppi inganni. Da troppe promesse mancate. Da troppe spudorate imposture. Una città in cui i tessuti abitativi storici sono in evidente disfacimento. Così come in disfacimento sono, ormai, troppe famiglie, troppe relazioni. Una città in cui pochi, ormai, sono capaci di indignarsi». È di qualche giorno fa il dato fornito dall’Ufficio statistica del Comune sull’esodo dei giovani da Caltanissetta. Dal 31 dicembre di quattro anni fa alla fine del 2019, ben 3.091 persone sono andate via, in maggioranza giovani tra i 18 e i 30 anni. È recente anche il dato allarmante sulla dispersione scolastica, un 41,7% registrato tre anni fa dalla ricerca patrocinata dall’Autorità garante per l’Infanzia e l’adolescenza che si mantiene stabile e che si classifica tra i più elevati della Sicilia. Ed è infine di quest’anno anche la classifica stilata dal “Sole 24 Ore” in cui Caltanissetta occupa l’ultimo posto per qualità della vita. Tutti numeri impietosi che dicono quanto la città, tutta, sia in crisi. Oggi, però, abbiamo deciso di iniziare da quel tessuto abitativo storico in disfacimento dove c’è qualcuno che vive e lavora, cittadini comuni ma anche esercenti che offrono un luogo caldo d’inverno e la possibilità, d’estate, di godere del fresco e della vista di chiese e bei palazzi che pure esistono. Al civico 121 di corso Umberto c’è “Curtiglio”, il risto-pub caffetteria di Cinzia Milazzo. Abbiamo fatto due chiacchiere con Cinzia a proposito del cuore antico della nostra città.

Curtiglio durante la presentazione di un libro

Ti posso chiedere quando hai aperto Curtiglio e perché hai deciso di aprire la tua attività proprio al centro?

«Ho iniziato quattro anni e mezzo fa, nel luglio del 2015. Ho deciso di aprire in centro perché è un posto che amo da sempre, anche se è poco apprezzato dal nisseno. I forestieri apprezzano il nostro centro storico ma i nisseni, no. Aprire in centro è stata una sfida personale, sia perché non avevo mai fatto questo mestiere prima di adesso, sia perché il centro è un posto “difficile” e lo è non perché sia difficile il posto ma perché è difficile farlo apprezzare ai nisseni».

Perché ami da sempre questo posto?

«Quando ero piccola, con mio nonno venivamo a fare la spesa alla Strata ‘a Foglia e in piazza davo da mangiare alle colombe. Poi anche perché, da quando hanno chiuso il traffico, ho avuto il tempo e il modo di guardarmi intorno e ho capito che abbiamo una grande ricchezza».

Perché hai deciso di chiamare così la tua attività? Curtiglio è un termine del dialetto che si riferisce al cortile, al tipo di socializzazione che appartiene un po’ alle comari…

«Perché nel retro c’è una piccola corte e perché il curtiglio è comunque un’occasione di incontro. La gente parla, si scambia idee, opinioni, anche pettegolezzi. Bisogna comunque sempre valutare l’uso che si fa di queste occasioni di incontro».

Forte della tua esperienza di lavoro, come vedi oggi il centro storico? Quali sono secondo te i principali problemi e quali i vantaggi del lavorare al centro? Soprattutto, abbiamo detto che i nisseni non lo frequentano abbastanza…

«I vantaggi (ride). Per vedere dei vantaggi bisogna essere ottimisti. Per me che sono nell’isola pedonale, il vantaggio è quello di poter stare seduta fuori senza traffico o smog e godere di tutto quello che c’è intorno, dei palazzi antichi, della chiesa. I problemi invece riguardano il terrorismo psicologico che in molti fanno, tra questi anche alcuni miei colleghi che lavorano in centro, quando dicono che è buio, che al centro ci sono i neri, che è pericoloso. Io vado via la sera molto tardi e questa pericolosità non la avverto. Se i nisseni facessero una passeggiata più spesso, si renderebbero conto con i propri occhi che questo pericolo non c’è. Secondo me, i nisseni non frequentano abbastanza il centro soprattutto a causa della forte influenza che questo terrorismo psicologico esercita su di loro e anche perché in città sembra che sia difficile fare due passi a piedi».

Ti posso chiedere qual è il tuo target abituale di clienti?

«Ci sono ragazzi dai diciotto a salire, famiglie, persone migranti e non. Le persone migranti sono per la maggior parte somale e irachene. Poi ci sono le persone di nazionalità marocchina, ormai radicate qui da tanti anni, fra le prime che sono arrivate a Caltanissetta. Non si accetta il fatto che, se un marocchino è arrivato qua molti anni fa e ora è nonno, non si può dire a suo nipote che non è di qua. Ci sono ancora dei pregiudizi dovuti più alla paura del diverso per ignoranza, non conoscenza. Il centro storico offre molte occasioni per combattere quest’ignoranza. A me si è aperto un mondo senza viaggiare, grazie a tutte queste persone che vengono qua».

Secondo te, di cosa avrebbe bisogno la città per riprendersi dalla crisi in cui è sprofondata? E cosa dovrebbero fare le istituzioni o anche le persone, i cittadini, per rendere il centro storico di nuovo vitale?

«La crisi è anche dovuta al non volersi adattare a cambiamenti che sono fisiologici. Sul fronte della creazione di eventi che portino la gente in piazza, le istituzioni fanno molto poco, non si sa se per mancanza di fondi o di idee. Ma è anche vero che le persone stazionano in posti periferici che non hanno nulla da meno della piazza. La verità è che spesso sono le persone a farsi problemi a scendere in piazza».

I luoghi in cui si fa cultura cambiano nel tempo. Dall’Ottocento, ad esempio, il caffè diventa un luogo di sociabilità in cui si costruisce la democrazia. Nel secondo dopoguerra, a Caltanissetta la casa editrice di Salvatore Sciascia è un luogo di incontro e di confronto tra figure di grande levatura. Oggi non mancano tanto i luoghi quanto una classe dirigente di politici e intellettuali, cosa che rende lontana quella piccola Atene di cui si parla in questi giorni. La società è cambiata e il centro continua ad esistere con i suoi problemi e i suoi luoghi di sociabilità. Hai mai pensato di rendere Curtiglio un posto dove si fa anche cultura?

«Da Curtiglio ci sono state diverse presentazioni di libri e incontri organizzati dal Caffè letterario e il fatto che ci siano persone provenienti da diverse culture e nazionalità lo rende un luogo di confronto che non ha eguali. Abbiamo anche organizzato cene etniche e con la bella stagione organizzeremo altre iniziative».

Insomma, la città è cambiata e Caltanissetta ha avuto momenti di grande espansione, come nell’Ottocento, e di grande importanza culturale, come nel secondo dopoguerra. È importante quindi sapere come eravamo ma lo è altrettanto il chiedersi dove stiamo andando, perché recitare il requiem sull’oggi non basta più.

 

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