La nascita del PCI: excursus storico di Sonia Zaccaria

Sonia Zaccaria

Riceviamo e pubblichiamo il testo di Sonia Zaccaria sulle origini del Partito comunista italiano. Sonia Zaccaria è docente di Filosofia e Storia e presidente del Comitato scientifico della rivista “Studi storici siciliani”. Il testo, dalle cui conclusioni sulla storia come maestra di vita ci permettiamo di dissentire, è il seguente:

«Il 21 gennaio 1921 a Livorno, da una scissione del Partito socialista italiano, nasce il Partito comunista d’Italia (PCD’I), sezione italiana dell’Internazionale comunista. Viene fondato da Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Nicola Bombacci e rappresenta il nucleo politico da cui prenderà forma il Partito comunista italiano (Pci). Lo storico inglese Eric Hobsbawm affermerà che tra la sua nascita e la sua trasformazione definitiva, coincisa con la caduta del muro di Berlino (1989) c’è un secolo lungo, anzi lunghissimo, se si pensa ai cambiamenti, ai cataclismi politici che ha provocato.

Un secolo complesso, sofferto, doloroso che ha portato orrori che il mondo sconosceva suscitando passioni perverse e reazioni contrastanti. Il secolo dei totalitarismi delle guerre e degli stermini massa. Ma anche il secolo delle libertà delle riprese delle rigenerazioni.

«Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era, per chi non c’era e anche per chi era contro».

Arrigo Boldrin

Tra il 1920 e il 1921, dopo la sconfitta del movimento operaio e di quello contadino che non hanno saputo dare un assetto istituzionale nuovo al mondo liberale uscito in crisi dalla grande guerra, è il momento in cui cresce la violenza della reazione e dei fascisti che colgono il malessere dei soldati reduci dal fronte, della crisi economica e del padronato costretto a concedere miglioramenti e diritti alle classi subalterne. Come ha scritto la storica Giulia Albanese nel libro La marcia su Roma, la violenza è il fatto che forse si aspettava da tempo. Nessuno a sinistra la usa [se non per reazione], le masse popolari vanno coinvolte con la persuasione e non con le bastonate. Nessuno risponde ai massacri di operai con massacri di fascisti in quel 1921. Un deputato, il socialista Giacomo Matteotti, il 31 gennaio 1921 attacca Mussolini: “Arrivano i camion dei fascisti nei paeselli, accompagnati dagli agrari locali che li guidano verso la casetta da assaltare. Armati di pistole fucili randelli: minacciano di bruciare la casa con moglie e figli. Poi portano via il malcapitato nudo massacrato legato ad un albero”.

I comunisti che contestano l’inconcludenza del Partito Socialista e la sua incapacità a portare alle estreme conseguenze le lotte del cosiddetto “biennio rosso” sono i torinesi che fanno parte del periodico “L’Ordine nuovo” ma anche i napoletani della rivista “Il Soviet”. Amadeo Bordiga, Graziadei, Bombacci ed altri ancora della direzione socialista vogliono l’espulsione dell’ala riformista capeggiata da Treves e Turati. L’internazionale comunista lo chiede. La direzione lo vuole anche a maggioranza stentata. Ma il congresso non è d’accordo, con le indecisioni dei massimalisti e i comunisti vanno via. Dice Bordiga: “Raggiungemmo il teatro San Marco e nacque il Partito comunista d’Italia”.

Il Dirigente del gruppo torinese, Umberto Terracini, ricorda: “Il secondo congresso dell’internazionale aveva imposto misure molto rigide per aderire, quindi a Livorno aderimmo a tutte quelle norme, indicando nella lotta contro il fascismo il primo punto, ma poi anche creazione dei gruppi comunisti dentro al sindacato. La maggioranza del partito socialista, massimalisti e riformisti, aveva deciso di non affrontare il fascismo sul terreno che il fascismo stesso aveva prescelto e imposto, cioè quello della violenza; d’altra parte la maggioranza del partito socialista aveva giudicato il fascismo come l’espressione di un teppismo violento, conseguente alle esasperazioni della guerra e che poi sarebbe stato riassorbito dal normale corso della storia italiana conseguenza della guerra. La scissione non ruppe un fronte di lotta antifascista che non esisteva, ma costruì le premesse della costruzione di quella tenace resistenza al fascismo che avrebbe portato alla nascita del partito nuovo di Palmiro Togliatti”.

Secondo Aldo Agosti, storico, la scelta che si poneva di fatto “era pro o contro l’internazionale comunista, pro o contro la rivoluzione d’ottobre. Sarebbe stato ben strano che proprio in Italia, dove le tradizioni internazionaliste del movimento operaio erano fortissime, una parte importante del partito socialista non fosse sensibile a questa opzione, al punto da subordinare ad essa ogni altra considerazione. Ma sarebbe un errore vedere nell’aut-aut dell’Internazionale comunista la causa determinante della scissione: esso non avrebbe potuto porsi nei termini cogenti e ultimativi in cui si pose se l’esperienza stessa vissuta dal socialismo italiano nel biennio rosso non gli avesse preparato il terreno. La fedeltà all’Internazionale si caricava in realtà di tutta la polemica interna tra il riformismo e il massimalismo, e di quella della componente comunista contro entrambi, che la delusione per le sconfitte consumate nel 1919-’20, quando pure la vittoria era sembrata a portata di mano, aveva accumulato e esacerbato”.

I massimalisti di Serrati governano il Partito socialista italiano non consapevolmente. Per questo un anno dopo, il 4 ottobre 1922, anche Giacomo Matteotti decide di abbandonarli per fondare, insieme a Treves e Modigliani, il Partito socialista unitario. Pochi giorni dopo, la marcia su Roma dimostra con chiarezza che è arrivata l’ora dell’unità di tutte le forze antifasciste per combattere un nemico comune, ma ancora l’antifascismo nei fatti non è nato. La sinistra è frammentata. I partiti liberali, il partito popolare sostengono il primo governo Mussolini e gli danno carta bianca.

Il Pcd’I è ancora debole, nelle elezioni del 1921 aveva preso solo il quattro per cento, il Partito socialista italiano perdeva circa il dieci per cento, ma la vera sorpresa è l’avanzata dei Blocchi nazionali che, unendo fascisti e nazionalisti, dietro suggerimento di Giovanni Giolitti, prendono il 19 per cento. Il 6 aprile 1924, i fascisti dopo ave cambiato a loro uso e consumo il sistema elettorale, con brogli, violenze e operazioni politiche spregiudicate vincono le elezioni anche se due milioni di elettori votano a sinistra. Ma le manifestazioni di dissenso sono spente dal silenzio complice della monarchia, dalle leggi liberticide sulla stampa e dagli apparati polizieschi imposti dal regime come la Milizia affidata al golpista De Bono.

La secessione aventiniana non convince i comunisti che vorrebbero trasformarla in parlamento alternativo e rivoluzionario, e spacca ulteriormente il fronte antifascista costituitosi dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti. Mussolini continua a legiferare con la presenza dei liberali facenti parte al listone fascista e nel 1926 hanno la forza di sciogliere con violenza tutti i partiti d’opposizione.  Bordiga e Gramsci sono arrestati e inviati al confino sull’isola di Ustica. Il tribunale speciale condannerà 18 componenti del Pcd’I a 238 anni di reclusione, ma dei seicento che riescono a fuggire in Urss, si accorgono che anche là il totalitarismo impedisce la libertà di dissentire. Chi rimane in carcere in Italia, come Gramsci o Terracini, assiste da lontano alla svolta staliniana, che altri, per amore o per forza accompagnano, sia pure mantenendo margini di indipendenza critica e continuando a portare avanti un’elaborazione politica originale. In quel periodo nascono i fronti popolari e si ricompone la frattura a sinistra con i cosiddetti “Fronti Popolari” che emergono negli anni trenta in Francia ed anche in Spagna.

Del resto non tutti i comunisti restano fedeli a Stalin in modo privo di critiche neppure negli anni del fascismo, come racconta Leonardo Sciascia in uno scritto pubblicato dopo la seconda guerra mondiale ironizzando sul culto della personalità. Dove il protagonista del suo racconto è il compagno Calogero Schirò, ciabattino che dopo aver parlato in sogno con Stalin per vent’anni, i vent’anni terribili del regime, ripercorre il suo rapporto privato con lui, le sue domande, i suoi sogni,  sempre superate grazie alla fiducia/fede verso quell’uomo “che vedeva in foto e in quella testa ogni giorno di più una radiografia di pensieri, come una mappa che in punti diversi continuamente si illuminasse, ora l’Italia ora l’India ora l’America, ogni pensiero di Stalin era un fatto nel mondo”.

Gramsci su L’Ordine Nuovo nel 1924 capì comunque che la vera sconfitta della sinistra e del partito di quegli anni, non poteva essere attribuita alla forza del fascismo ma anche al proletariato organizzato politicamente “che ci diede torto”. “Fummo, bisogna dirlo, travolti dagli avvenimenti; fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana”. Il PCI recuperò nella clandestinità e nella lotta di liberazione partecipando abbondantemente alla costruzione della democrazia. Con la svolta di Salerno cambiò forma e divenne partito di massa pronto ad accettare la sfida democratica ed a convivere con forze diverse per il bene della nazione. Ma ancora una volta la politica sovietica lo costrinse alla spaccatura dal PSI specialmente dopo l’invasione dell’Ungheria del 1956. La fedeltà e la subalternità al blocco sovietico lo strinse nell’isolamento politico da cui iniziò ad uscire con la politica berlingueriana del compromesso storico e dell’incontro con le masse cattoliche. Il resto è cosa recente. Il crollo del muro di Berlino, il disfacimento dell’URSS. La trasformazione del partito in PDS E poi in PD a seguito di grandi dibattiti e di acquisizioni nuove dal mondo della democrazia e della sinistra europea.

Ma la grande guerra non è ancora finita, e come risulta dagli ultimi avvenimenti europei e mondiali la democrazia rimane sempre fragile e va protetta. Nessuno avrebbe potuto anticipare ad Hobsbawm quello che sarebbe accaduto negli Stati Uniti del 2021, ma già parliamo di un altro secolo dove solo la storia ci può insegnare gli errori del passato, ci può dare la consapevolezza del presente e ci può fornire la forza (anche culturale) per proteggere il futuro. Insomma la storia come magistra vitae per capire come diceva Berlinguer il 3 novembre del 1977 che: “la democrazia è un valore universale”».

 

 

 

 

 

 

 

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