La pandemia vista con gli occhi di un fotoreporter: intervista a Luciano del Castillo

Luciano del Castillo

Luciano del Castillo è un fotoreporter ormai noto e dalla bravura indiscussa. Dopo aver lavorato per il quotidiano “L’Ora” a fianco di Letizia Battaglia e Franco Zecchin, Luciano ha collaborato per diverse testate nazionali facendo reportage in tutto il mondo. Con la sua macchina fotografica ha ritratto la guerra, la miseria e i cambiamenti cui è stato soggetto il pianeta in anni recenti. Abbiamo voluto intervistarlo sulla sua vita attuale e su alcuni temi importanti che riguardano l’emergenza sanitaria. L’occasione ci ha permesso di scoprire come cambia, grazie alle nuove tecnologie, il lavoro di fotoreporter.

Posso chiederti dove ti trovi in questo momento e quando hai iniziato ad occuparti del coronavirus?

«Sono a Roma, nel quartiere dove risiedo, Balduina, e ho cominciato ad occuparmi del coronavirus proprio agli inizi dell’epidemia, prima ancora che arrivasse in Europa».

Come mai ne sei venuto a conoscenza proprio nella fase iniziale del virus?

«Da gennaio 2019 ho lavorato per preparare una mia mostra con un gruppo editoriale in Cina, per realizzare una mostra personale che doveva essere esposta a Guangzhou. Poi c’è stata una sospensione del lavoro verso settembre a causa dei disordini scoppiati con gli studenti ad Hong Kong e Shanghai e a gennaio l’epidemia ha fatto il resto. Quando si sono avuti i primi casi ho ricevuto foto e video agghiaccianti dai miei contatti di Guangzhou (Canton). Per evitare il contagio, i cinesi evitavano di toccare i tasti degli ascensori (le città cinesi sono quasi tutte moderne, con grandi grattacieli. NDR) e per premere i pulsanti, bruciavano le teste dell’accendino con le quali premevano il pulsante. Andavano a fare la spesa in gruppi e tutti con mascherine, guanti monouso e occhiali coprenti. Io credevo fossero esagerati e quando lo raccontavo ai miei amici di tutto il mondo nessuno ci credeva e tanto meno percepiva la gravità. Come d’altronde anche tutti i Paesi del mondo hanno temporeggiato nel riconoscere l’emergenza e ancora oggi sappiamo che si tratta di un virus sconosciuto. Per evitare di diffonderlo, si può solo stare nell’isolamento».

La mascherina entra nella quotidianità (foto di Luciano del Castillo).

Posso chiederti come procede il tuo lavoro, dall’inizio dell’emergenza sanitaria?

«Qui in Italia ho documentato il mio isolamento e affrontato il tema del vivere in una società abituata alla condivisione di tutto, dove, però, non c’è più vita sociale. Siamo di fronte a una situazione inimmaginabile fino a ieri. Vivo ancora adesso isolato e lavoro per la mia agenzia dal computer di casa. Ma con il web oggi si trovano storie interessanti da raccontare e, grazie alla mia estesa rete di contatti, arrivi alle fonti e puoi raccontare da remoto».

Come lavora un fotografo, dal computer di casa propria?

«Mi sono reso conto che non potere guardare, non poter andare in giro a cercare storie, pesa molto. Ma anche attraverso la rete puoi mettere in relazione persone e fatti del mondo. L’agenzia per cui lavoro fornisce informazione h 24 e la redazione Immagini, una equipe composta da vari redattori, si occupa di gestire le storie da un punto di vista visivo coordinando i lavori di chi è operativo e trovando delle storie da trasformare in racconto fotografico/ video. Siamo stati un po’ pionieri in questo ma sta andando molto bene. Abbiamo fatto un desk virtuale ampio, utilizzando le chat per coordinarci, e ricreato la redazione in maniera “virtuale” ed il lavoro sta andando molto bene. Prima di oggi, sono stato uno dei primi che ha lavorato nel cosiddetto “desk avanzato” e cioè una parte della redazione impegnata sul fronte delle situazioni che seguivamo. È stata una svolta epocale, perché prima non c’era coordinamento tra la prima linea e la redazione, mentre col desk avanzato fornivamo materiale già finito dalle aree in cui ci si trovava».

Città (foto di Luciano del Castillo).

Di questo scenario di pandemia, quali sono gli aspetti che più ti sono rimasti impressi? Se dovessi sintetizzare in una sola fotografia questa situazione, quale sceglieresti tra quelle che abbiamo visto circolare sul web, in TV e nei giornali?

«Penso a due immagini, in particolare. La prima è lo scatto della dottoressa all’infermiera sfinita, che si addormenta con mascherina e guanti. Quest’immagine racconta il primo impatto con l’epidemia, quello più duro, quando ancora non si sapeva bene come agire. Tra l’altro, si tratta di un’immagine scattata in uno dei Paesi più belli del mondo, che appartiene al mondo industrializzato e che quindi ha avuto un forte impatto sia in Italia e soprattutto all’estero dove ancora l’emergenza non era arrivata. La seconda foto, molto forte, è quella che ritrae i camion che trasportano bare».

In questi giorni, leggendo i giornali e guardando la TV, si nota che per raccontare l’emergenza sanitaria da coronavirus  spesso si usa un linguaggio adatto a descrivere una guerra: “medici in trincea”, “il nemico da sconfiggere”, etc. Nella tua attività di reporter hai fotografato anche diverse zone di guerra. Secondo te, questo è un linguaggio utile o fuorviante per raccontare la pandemia?

«Il linguaggio è utile, perché è arrivato a tutti, anche se forse è inappropriato. Questo virus viene visto come un nemico che devi abbattere e questo ti fa sentire in guerra. La democrazia ha bisogno in alcuni momenti di fare capire che si deve agire senza tentennare e quindi prendere decisioni anche impopolari per salvare vite. Come in guerra, c’è un comando al quale si deve obbedire. Comunque la commistione di linguaggi, nel giornalismo, non è nuova. Ad esempio, negli anni Novanta, la politica ha sdoganato il “linguaggio delle curve” usando spesso metafore tratte dal calcio. Qualcuno diceva “scendo in campo” e si cominciava a parlare come negli stadi per essere più comprensibili con la gente».

Dal punto di vista di chi ha contratto il coronavirus non deve essere bello, però, sentirsi invaso da un “nemico” e per alcuni, attraverso questo linguaggio, il malato può diventare il nemico stesso…

«Hai ragione nel dire questo, ma dipende dalla nostra capacità di sensibilizzare l’opinione pubblica. Dobbiamo avere una sensibilità maggiore e fare degli sforzi per spiegare che una persona malata non è un nemico, il malato è una vittima, il nemico è la malattia, il virus».

Le immagini colpiscono al cuore ed evocano emozioni, sentimenti. Se dovessi tradurre in parole le fotografie che hai fatto in questi giorni, quali parole sceglieresti?

«La parola è “umanità”, un’umanità che, in questi momenti, esce fuori con la più grande forza. Dalle frasi dette dalle persone che conosci e che ti tengono su il morale con messaggi da tutto il pianeta fino all’umanità che traspare dalle bellissime foto dei balconi. Ma anche l’umanità del gruppo di medici, infermieri e personale sanitario venuto da Cuba, che è un’eccellenza nel mondo. Questo piccolo drappello dalle capacità indiscusse e riconosciute sul fronte delle emergenze ci ha mostrato umanità e fratellanza ma anche gli italiani hanno sentito molto forte il sentimento della fratellanza. Questa mi sembra una buona possibilità per risalire la china».

Il deserto (foto di Luciano del Castillo)

Per saperne di più su Luciano del Castillo è possibile andare sul sito www.lucianodelcastillo.it

 

 

 

 

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