Sul tragico episodio di Manduria, due domande allo psichiatra Pasquale Guzzo

Pasquale Guzzo (foto tratta da Facebook)

Fa ancora discutere l’agghiacciante episodio accaduto a Manduria, dove la baby gang che si definiva degli “orfanelli” agiva ai danni di Antonio Cosimo Stano, il pensionato 66enne morto il 23 aprile, al diciottesimo giorno di ricovero, dopo anni trascorsi in solitudine e nella paura. Vessato e torturato per anni dalla baby gang del paese, che si divertiva a scambiare filmati e audio sulle terrificanti azioni commesse, il 14 marzo di quest’anno, Stano riferiva ai poliziotti che si erano recati a casa sua, di essere vittima delle angherie dei bulli. Un documento successivo che parla delle aggressioni ai danni dell’uomo risale al 5 aprile, giorno in cui viene presentata una denunzia da parte di sette residenti nella via in cui viveva il pensionato e del parroco della chiesa San Giovanni Bosco. Poi, più niente per risolvere questa storia tragica, che getta un’ombra inquietante sull’intero paese. Una vicenda che lascia molta amarezza e che suscita parecchi interrogativi che rivolgiamo allo psichiatra Pasquale Guzzo. Già direttore del Modulo dipartimentale di Salute mentale di Caltanissetta, il dottore Guzzo attualmente si occupa di pazienti con malattia mentale ospiti in comunità terapeutica.

Perchè, a Manduria, è stato possibile che la vicenda dolorosa di un uomo sia stata ignorata da un’intera comunità?

(Pasquale Guzzo): «Non so se la vittima dei pestaggi ripetuti abitasse in una casa isolata o in un quartiere dove tutti potessero sentire i suoi lamenti. Ma, per quanto ne so, questi bulletti si divertivano anche a filmare e a pubblicare le violenze. Credo che in paese parecchi fossero informati di quanto accadeva e stessero zitti».

In questa vicenda, quanto incide il fatto che la vittima dei bulli fosse in disagio psichico e perchè non è scattata alcuna identificazione con la vittima da parte di nessuno o quasi? Questa tragedia cosa ci comunica sulla violenza al giorno d’oggi? Cosa c’è dietro questi atti feroci di bullismo? 

«Che il malcapitato fosse una persona in disagio psichico dipende dal fatto che le vittime di bullismo e di violenze da parte di adolescenti o ragazzi, o no, sono quasi sempre soggetti deboli ed emarginati, persone che non sono nelle condizioni di difendersi. L’omertà e il silenzio della comunità dipende da una sorta di cinismo sociale che è sempre presente nelle piccole e grandi comunità, cioè la moda di farsi i fatti propri e di evitare di denunciare e di impicciarsi. Questo fenomeno è più comune in zone sottosviluppate e dove sono presenti e tollerate organizzazioni malavitose. Aggiungerei che, in questo periodo, azioni violente e anche mortali contro soggetti o comunità considerati “diversi” (rom, emigranti, omosessuali) si stanno moltiplicando con conseguenze qualche volta tragiche. Ciò a causa della politica di gruppi partitici dominanti e governativi  che mostrano i muscoli contro migranti inermi e disperati, che incoraggiano comportamenti violenti, vendette private e condotte ispirate alla violenza e al machismo».

Esistono sistemi che possano prevenire azioni come queste e in cosa consistono?

«Per prevenire fatti come questi occorre una politica sociale che scoraggi questi comportamenti, soprattutto guardare cosa succede dentro le famiglie di questi ragazzi, di che tipo di educazione e di moralità sono depositari. Per dirla con Freud ne Il disagio della civiltà, il comportamento civile necessita di uno sforzo educativo e di una tensione continua, da parte di tutti ma più da parte di coloro che, per le loro posizioni, hanno responsabilità politiche o genitoriali. Quando questa tensione viene meno ritorna la barbarie».

 

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